Claudio Chiappucci è stato un ciclista di successo ma anche un calciatore mancato. Lo ha svelato lui stesso. Nel corso de “Il Re è nudo”, il talk show sportivo teatrale ideato da Raffaele Geminiani. All’Auditorium Olmi la canonica, amichevole chiacchierata. Con il presentatore che ha portato El Diablo su tanti temi di riflessione.

Il calciatore mancato

“Ho scoperto che il calcio non era adatto a quello che volevo fare – le sue parole – e inoltre che pedalando avevo più soddisfazione. E così, a 14 anni, ho deciso”. Il momento più emozionante? “Quello in cui firmavo il primo contratto da professionista – prosegue El Diablo – ti si apre un altro mondo. Ricominci da zero, inizi un lavoro non solo uno sport”.

Claudio Chiappucci, le sfide con Indurain a Lemond

Claudio Chiappucci ha rivissuto alcune pagine indimenticabili del nostro ciclismo. Come la fuga che lo portò a lungo in maglia gialla al Tour del 1990, prima di cederla all’americano Lemond nell’ultima crono. Oppure i tre podi conquistati dallo stesso a Parigi. Il primo italiano a riuscirci 18 anni dopo Felice Gimondi. “E pensare che volevo fare l’ingegnere elettronico – prosegue ancora Chiappucci – ma mi sono detto: vediamo se prima lo sport può darmi qualcosa nella mia vita. Diciamo che me la sono giocata negli anni tra fortune e sfortune”.

Tante lotte e tanti avversari

Ha lottato con Indurain e Gianni Bugno. E poi c’è il ricordo della Sanremo vinta a sorpresa nel 1991. Ma anche il Mondiale sfumato di un soffio ad Agrigento dietro Leblanc. E tanti secondi posti: “E pensare che i miei genitori, che erano entusiasti dello sport, mi venivano a vedere sempre di nascosto. Non volevano darmi pressione. A due genitori così, se fossero qui oggi, cosa vorresti dirgli? Senza di loro non avrei potuto fare tutto quello che ho fatto. Io ho avuto fortuna e forse vedevano in me quello che loro non erano riusciti a raggiungere”.

Il ricordo di Marco Pantani

La mente si sposta poi sulla figura di Marco Pantani. “Io non ho vissuto il momento della sua morte, ma ho vissuto l’uomo prima. Perché In quei momenti non c’era già più, era già un fantasma. Era un ragazzo ambizioso, volenteroso e di qualità. Fuori dalla bici, dallo sport, era molto introverso però. Si chiudeva in sé stesso”. Ma il soprannome Diablo? “Per il mio modo di interpretare il ciclismo. La miglior difesa è l‘attacco, se sto a difendermi sarò uno dei tanti. E mi sono inventato di essere uno dei pochi”.

Luca Talotta
luca.talotta@gmail.com
Calabrese di nascita e milanese d'adozione, giornalista dal lontano 2001. Specializzato in ambito sportivo e appassionato del mondo dei videogiochi. Adora Kakà, innamorato da sempre di Van Basten, tanti anni divisi tra aule universitarie e campi di calcio l'hanno portato, alla fine, ad intraprendere il lavoro più bello del mondo. Quello del giornalista.

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