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Gianni Brera
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Gianni Brera: il cantore di un calcio romantico che non esiste più

Ricorre oggi il 25esimo anniversario dalla scomparsa di Gianni Brera, uno dei giornalisti sportivi più importanti.

Gianni Brera: quando il calcio era soprattutto passione

Ormai da qualche anno il calcio è dominato soprattutto dagli interessi economici. Solo chi è in grado di investire può ormai competere ad alti livelli. Non è un caso che le formazioni italiane ormai da qualche anno non riescano a conquistare un trofeo internazionale.

Fino agli anni ’80-primi anni ’90 la situazione era però decisamente diversa. Tanti giocatori erano disposti a legarsi a vita a una maglia. Esempi quali Franco Baresi, Gabriele Oriali, Paolo Maldini, Gigi Buffon e Francesco Totti sono ormai sempre più rari.

A 25 anni dalla scomparsa di Gianni Brera, uno dei pochi a descrivere a parole il talento dei professionisti del pallone, una sensazione di nostalgia è quindi più che normale. A lui si deve la definizione di quel “calcio all’italiana” fatto soprattutto di catenaccio e gioco difensivo, tanto criticato da chi ama lo spettacolo. In lui c’era però la consapevolezza di quanto fosse inevitabile in certe occasioni vincere solo in questo modo.

Nel 1982, anno del trionfo dell’Italia di Bearzot ai Mondiali, non aveva nascosto il suo pessimismo. Man mano che gli azzurri proseguivano il loro cammino in Spagna, esaltarsi era quindi naturale.

Gianni Brera: la sua eredità

Molti dei ragazzi che oggi seguono con passione il calcio non hanno avuto la possibilità di conoscere Gianni Brera e il suo modo di raccontare il mondo del pallone. Il giornalista ha però lasciato un segno indelebile anche nella cultura attuale. E’ stato infatti lui a coniare per primo alcuni dei termini che sono oggi entrati nel nostro linguaggio comune.

Tra le sue doti migliori c’era la capacità di trovare soprannomi praticamente perfetti per i giocatori più importanti. Gianni Rivera, ad esempio, è stato definito “abatino” per sottolineare le sue giocate eleganti e il suo modo di correre in campo. Nel 1971 venne invece coniato il termine “Bonimba” per Roberto Boninsegna, allora attaccante dell’Inter. Si voleva in questo modo evocare onomatopeicamente il nano Bagonghi. Bruno Conti si è invece guadagnato l’epiteto di “Pelasgio”, in riferimento alle sue origine nettunensi e tirreniche. Gabriele Oriali, giocatore indimenticato per i tifosi nerazzurri, all’apice della carriera è invece chiamato “Piper”, retrocesso a “Gazzosino” quando ormai era vicino all’addio al calcio. Come non ricordare infine il “Rombo di tuono” Gigi Riva?

Non solo soprannomi, ma anche parole di cui oggi non possiamo fare a meno per raccontare quello che accade in un campo di calcio. Ne sono esempio pretattica, forcing, rifinitura, uccellare, goleador, libero, palla gol e centrocampista.

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