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Carlo Recalcati, foto sito Basketcase
Carlo Recalcati, foto sito Basketcase

Carlo Recalcati: tra mito e storia, l’intervista (prima parte)

Vi proponiamo oggi l’intervista rilasciataci da Carlo “Charlie” Recalcati, mitico protagonista della pallacanestro italiana dal 1962 ad oggi. Una carriera coronata da innumerevoli successi.

Bandiera storica della Pallacanestro Cantù negli anni ‘60 e ’70, da giocatore ha vinto 2 scudetti, 3 Coppe Korac, 3 Coppe delle Coppe, 1 Coppa Intercontinentale, 3 Oscar del basket. Ha disputato un Campionato Mondiale nel 1970 in Yugoslavia,

Con la squadra Nazionale vanta 166 presenze con 1.239 punti all’attivo e 2 medaglie di bronzo ai Campionati Europei nel 1971 in Germania Ovest e nel 1975 in Yugoslavia.

Non da meno i traguardi raggiunti nel corso della carriera da allenatore: 3 scudetti vinti in Serie A con 3 squadre diverse, meritando il titolo di miglior allenatore della Serie A nel 1999 e nel 2004. E’ stato Commissario Tecnico della Nazionale dal 2001 al 2009 portando la squadra a vincere una medaglia di bronzo ai Campionati Europei nel 2003 in Svezia, una d’argento alle Olimpiadi di Atene nel 2004 e una d’oro ai Giochi del Mediterraneo nel 2005 in Spagna .

Con lui abbiamo rivissuto i momenti salienti del suo percorso sportivo ed umano da quando ragazzo muoveva i suoi primi passi sul campetto oratoriale fino ai grandi successi come Commissario Tecnico della Nazionale italiana. Insieme abbiamo analizzato l’attuale stato di salute della nostra pallacanestro.

M.S. Buongiorno Carlo, è un grande piacere incontrarti. Potremmo riempire pagine intere parlando delle tue gesta sportive ma vogliamo concentrarci su quei momenti che hanno caratterizzato

la tua crescita umana e sportiva ed avere da te una valutazione complessiva della nostra pallacanestro. Cominciamo dall’inizio.

I primi passi al Centro Pavoniano

M.S. Estate 1958. Come tanti ragazzini della tua età passi ore intere sul campo di pallacanestro del

Centro Pavoniano dell’Istituto Artigianelli di Via Giusti 9, in piena Chinatown, a Milano.

Come è nata la passione per la pallacanestro, uno sport assolutamente nuovo per quei tempi?

C.R. “Seguivo i miei amici di Via Paolo Sarpi, dove vivevo, che avendo partecipato alla leva del

1957 avevano così iniziato a giocare a pallacanestro al Centro Pavoniano nelle partite della domenica mattina. Poi nel pomeriggio andavamo tutti insieme a vedere la Simmenthal Milano nei padiglioni della fiera ammirandone i giocatori che presto sarebbero diventati i nostri idoli come Gianfranco Pieri, Sandro Riminucci, Sandro Gamba. Non avevo potuto partecipare a quella leva poiché non avevo ancora compiuto i 13 anni necessari per poterne fare parte. Lo feci così l’anno successivo, ormai consapevole di cosa fosse quello sport ancora poco conosciuto in Italia.”

Taurisano e Fratel Brambillla, figure guida.

M.S. Al Centro Pavoniano incontri due figure che saranno fondamentali per la tua crescita, sportiva

ed anche umana: Taurisano e Fratel Brambilla

C.R. “Vero. Sono stato molto fortunato ad incontrare due persone come loro. Arnaldo Taurisano è

stato un allenatore preparato, appassionato e paziente al tempo stesso, capace di darci ottimi

fondamentali. Fratel Carmelo Brambilla, un vero sergente di ferro, ci accompagnava nella nostra crescita controllandoci nei momenti in cui, liberi dagli allenamenti, scorazzavamo nel quartiere combinando disastri. Nonostante fossero passati più di dieci anni dalla fine della guerra, Milano portava ancora visibilmente i segni dei bombardamenti e i genitori, compresi i miei, non avevano la possibilità di seguirci perché impegnati a ricostruire un mestiere, una professione, talvolta anche una casa. Quello che non potevano fare i nostri genitori sotto il punto di vista del controllo lo ha fatto Fratel Brambilla.

Due persone che ci hanno trasmesso insegnamenti che ci saremmo portati dietro per tutta la vita”.

M.S. Tant’è che le promesse fatte a Taurisano diventavano per voi un obbligo. Come quella dei

10.000 tiri nel corso di un’estate. Ce ne parli?

C.R. Non so dire se sia stato più un obbligo imposto da Taurisano o piuttosto un dovere morale che noi ragazzi sentivamo nel rispettare una promessa fattagli. In ogni caso, dovevamo eseguire qualche migliaio di tiri nel corso dell’estate. E senza possibilità alcuna di scansare l’impegno preso. Era assolutamente vietato effettuare i tiri senza che ci fosse almeno un altro di noi a controllare ed alla fine si doveva segnare il numero di tiri effettuati su una scheda. Abitavamo tutti a pochissima distanza dal centro quindi era possibile recarsi al centro anche più volte al giorno”.

Prima la famiglia, poi la pallacanestro. L’incontro con Corsolini e l’avvio alla carriera professionistica.

M.S. Sei però stato costretto ad interrompere presto la tua frequentazione del centro.

C.R. “Compagni ed amici erano tutti più grandi di me. Molti di loro avevano terminato il loro

percorso scolastico ed avevano iniziato a lavorare. Io avevo ancora qualche anno di studio

davanti a me ma era già chiara la necessità di aiutare la famiglia. Come peraltro aveva già

fatto mia sorella, maggiore di otto anni, che aveva iniziato a lavorare giovanissima. Volevo diventare ragioniere così presi il diploma di computista commerciale. Il giorno stesso del conseguimento del diploma mio padre mi diede un bigliettino con scritto un indirizzo. Era quello di Radio Marelli, in Corso Venezia a Milano, dove mi sarei dovuto recare il giorno dopo per iniziare a lavorare.rimasi un anno, nel corso del quale frequentai la scuola serale per completare gli studi. Inevitabile quindi l’abbandono della pallacanestro”.

M.S. Questo periodo dura poco perché da lì a breve qualcuno ti chiama.

C.R. Nonostante gli impegni lavorativi e scolastici ogni domenica mattina andavo a vedere le partite al Centro Pavoniano. Ai tempi il centro era frequentato da dirigenti del settore. Tra di essi Emilio Tricerri, presidente del Comitato Provinciale Lombardo, che con Taurisano fondò la prima squadra di minibasket in Italia, Renato Maifredi Presidente del Comitato

Regionale Lombardo e padre di Fausto Maifredi, futuro Presidente della Federazione. Tutti

mi sollecitavano a riprendere. Fu così che fui invitato, senza aver giocato un anno intero, a far parte di una selezione organizzata da Regione Lombardia per partecipare ad un campionato sperimentale a Roma. Gli allenatori della selezione erano Taurisano e Gianni Corsolini. Quest’ultimo allenava la Pallacanestro Cantù del presidente Aldo Allievi. Fu così che Corsolini ed Allievi convinsero i miei genitori, inizialmente contrari, e nel 1962 mi traferii a Cantù avviandomi alla carriera professionistica.”

L’arrivo di Stankovic. Nasce “Charlie l’americano”

M.S. Nel 1966 un altro incontro fondamentale per la tua carriera, Borislav Stankovic

C.R. “Nonostante Corsolini e Taurisano,che avevo ritrovato a Cantù nel 1964 come preparatore delle squadre giovanili, rimanessero i miei punti di riferimento, l’incontro con Borislav Stankovic rappresentò per me un autentico momento di svolta. Puntava molto sui giovani ed aveva una visione fortemente meritocratica della squadra. Ci allenava solo da pochi mesi ed un giorno, presomi da parte, mi parlò molto schiettamente rimproverandomi la mia eccessiva diligenza in campo, sempre troppo rispettoso dei compagni, dei loro ruoli, delle loro gerarchie. Secondo lui avevo un potenziale, ancora inespresso, che dovevo imparare ad utilizzare diventando così più protagonista, più realizzatore. Aveva ragione. Giocare con compagni più anziani di età con una carriera importante alle spalle (alcuni di loro giocavano in Nazionale) mi inorgogliva ma, al contempo, mi intimoriva. Non mi prendevo mai una responsabilità forzando un tiro prediligendo, per non prevaricare nessuno, il passaggio ad un compagno che ritenevo importante. Quando gli chiesi cosa avrebbero pensato i miei compagni di questo cambiamento mi rispose che quello non era un mio problema. L’allenatore era lui e quindi io dovevo andare in campo e fare quello che mi diceva. Al resto ci avrebbe pensato lui. In poco più di dieci minuti mi cambiò il modo di pensare. Al successivo allenamento ero già un altro giocatore.”

M.S. Nasce così “Charlie, l’americano”

C.R. Da quella conversazione con Stankovic era cambiato tutto. Se ne erano accorti anche i miei compagni. Fu uno di loro, Alfredo Barlucchi, che un giorno, nello spogliatoio con tutta la squadra riunita, facendomi i complimenti disse che ormai giocavo come un americano ed invitò tutti a non chiamarmi più Carletto, il nomignolo che utilizzavano nei miei confronti, bensì Charlie l’americano. ”

Anno 1968, il primo scudetto

M.S. Nel 1968 arriva il primo scudetto. Una squadra a dir poco anomala.

C.R. Quella squadra fu un’autentica intuizione di Stankovic che riusci a far giocare contemporaneamente ora tre guardie, ora tre pivot. Una cosa assolutamente anomala anche per quei tempi. Oggi, che a malapena si gioca con due pivot, sarebbe un’eresia.”

M.S. Hai un episodio particolare di quella stagione da ricordare?

C.R. Tornammo da Napoli avendo subito un brusco arresto nella nostra marcia verso lo scudetto, oltretutto da quella che era la principale concorrente in quel momento. Emersero tutti i malumori ed i mal di pancia che da tempo serpeggiavano in seno alla squadra. Dal

terzo pivot scontento di giocare fuori ruolo, alla terza guardia che si lamentava dei pochi

palloni che poteva giocare, a chi si lamentava del compagno che tirava troppo o esagerava con i falli. C’era anche chi si lamentava dell’allenatore. Ci chiudemmo in sei, i titolari, all’interno di una stanza e dopo un confronto, anche molto duro, ne uscimmo compatti, consapevoli e con la percezione di poter puntare alla vittoria finale. E così fu.

Nasce la coppia Recalcati-Marzorati. Le grandi stagioni a Cantù.

M.S. L’anno dopo esordì in prima squadra Pierluigi Marzorati destinato a condividere con te i

grandi successi di Cantù.

C.R. Pierluigi Marzorati esordì in prima squadra dopo aver vinto l’anno precedente il campionato allievi con Cantù. Aveva 17 anni e dimostrava già quelle capacità ed abilità che negli anni seguenti lo avrebbero portato a diventare il miglior playmaker europeo. Nel frattempo Stankovic aveva lasciato il posto a Taurisano per andare a ricoprire il ruolo di Segretario Generale Fiba. Ma gli anni passati con lui avevano lasciato il segno. All’epoca giocavo playmaker sia a Cantù che in Nazionale e Pierluigi era il mio cambio. Così per un anno intero. Poi, memore degli insegnamenti di Stankovic per il quale ogni giocatore doveva avere la possibilità di esprimere interamente il proprio potenziale, andai da Taurisano. Vuoi per necessità, per volontà, per considerazione di Pierluigi, gli proposi di tenere lui nel ruolo di playmaker perché già molto più bravo di me in quel ruolo lasciando a me maggior libertà di movimento. Fui ascoltato. Nella stagione successiva con Pierluigi nel ruolo di playmaker ed io in quello di guardia/ala aprimmo la stagione dei grandi successi di Cantù a livello nazionale ed europeo, dal 1968 al 1978, nonostante in quel periodo Milano e Varese furoreggiassero grazie anche alle più ingenti risorse economiche di cui disponevano che permetteva loro di costruire squadre fortemente competitive.”

Francesco A. Bellini

About Luca Talotta

Calabrese di nascita e milanese d’adozione, giornalista dal lontano 2001. Specializzato in ambito sportivo e appassionato del mondo dei videogiochi. Adora Kakà, innamorato da sempre di Van Basten, tanti anni divisi tra aule universitarie e campi di calcio l’hanno portato, alla fine, ad intraprendere il lavoro più bello del mondo. Quello del giornalista.

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