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Carlo Recalcati: tra mito e storia, l’intervista (seconda parte)

Vi proponiamo oggi la seconda parte dell’intervista a Carlo Recalcati, mitico protagonista della pallacanestro italiana dal 1962 ad oggi. Per chi si fosse perso la prima parte può leggerla CLICCANDO QUI.

Il trasferimento in serie B. Verso la nuova carriera di allenatore

M.S. La tua presenza a Cantù si conclude nel 1979 con l’addio alla panchina di Cantù da parte di Taurisano ed il tuo passaggio a Parma in serie B.

C.R. Il rinnovamento voluto dalla società aveva portato al distacco di Taurisano dopo dieci anni sulla panchina di Cantù. Anche il mio trasferimento rientrava in una esigenza di cambiamento voluto dalla dirigenza. Ho preferito quindi andare in una società di una serie inferiore che aveva un progetto di crescita molto interessante come era allora Parma. Mi trovai in un gruppo molto giovane ma dalle potenzialità interessanti di cui, inaspettatamente,

mi trovai a ricoprire il ruolo di giocatore/allenatore nell’anno successivo a causa dell’abbandono, a soli 15 giorni dall’inizio della preparazione, dell’allenatore designato dalla società.”

Nuovi successi da allenatore. Bergamo ed il ritorno a Cantù

M.S. Si apre così per te una nuova carriera, quella di allenatore, alla quale non avevi mai pensato.

C.R. “In effetti è così. Non avevo mai pensato ad allenare. Lo dimostra il fatto che già da qualche anno avevo iniziato la carriera di assicuratore gestendo una mia agenzia insieme ad un socio. Quello era nella mia mente il percorso professionale che avrei seguito dopo aver abbandonato l’attività professionistica. Mi piaceva troppo giocare e non riuscivo a vedermi

nei panni dell’allenatore. Ma l’esperienza con Parma, dopo la sorpresa iniziale, mi fece ricredere. Cominciai a pensare in un modo diverso, con mia grande soddisfazione. Allenare mi piaceva. Mi piaceva così tanto che, senza abbandonare la mia agenzia assicurativa, conclusa l’esperienza con Parma andai a Bergamo dove ebbi la possibilità di allenare una squadra molto competitiva. I risultati mi diedero ragione: in soli due anni salimmo dalla serie B alla serie A1!

M.S. Il richiamo di Cantù però è sempre forte.

C.R. “Non lo nego. Dopo tre anni a Bergamo tornai a Cantù nella nuova veste di allenatore

in un momento non felicissimo. Era finito il periodo d’oro che aveva visto Cantù primeggiare, sotto la guida tecnica di Valerio Bianchini, in Italia ed in Europa. Nonostante Virtus Bologna e Olimpia Milano fossero le grandi protagoniste del nostro campionato nei sei anni che ho allenato Cantù, dal 1984 al 1990, ho portato più volte la squadra alle semifinali playoff ed a una finale europea (Coppa Korac, 1989).”

M.S. In quegli anni era emerso l’astro nascente di Antonello Riva. Quanto ti rivedevi in lui?

C.R. “Tanto. Nonostante tecnicamente e fisicamente diversi (lui era più alto e più potente) prese il mio posto, a soli 16 anni,quando lasci Cantù per andare a Parma, dopo aver giocato un anno insieme. Era la mia alternativa. Negli allenamenti giocavamo l’uno contro l’altro.”

Cantù-Milano. Un rapporto inscindibile

M.S. Si parlava delle battaglie sportive con l’Olimpia Milano. Battaglie che hanno caratterizzato la tua carriera sportiva, sia da giocatore che da allenatore. Un rapporto quello con Milano che ha caratterizzato anche il tuo percorso umano. Quanto c’è di Milano in Carlo Recalcati dato il forte legame che hai con Cantù?

C.R. Devo moltissimo a Cantù. In un momento della mia vita nel quale sembrava che il mio percorso ed il mio futuro fossero già stati definiti dai miei genitori che mi vedevano realizzato con un tranquillo e sicuro lavoro in banca, come nelle aspettative della maggior parte delle famiglie di quegli anni, Pallacanestro Cantù mi diede la possibilità di realizzare ciò che per

me era ormai chiaro essere la mia strada, ciò che volevo realmente fare. Credo di aver

ripagato Cantù della fiducia che ha riposto in me. Ma questo sta agli altri dirlo. Io so di

certo quanto Cantù ha dato a me. Il legame con Milano era, è e rimarrà sempre fortissimo. A Milano sono nato, ho passato la mia infanzia muovendo i miei primi passi nel mondo della pallacanestro. A Milano ho vinto un campionato con il Cus Milano nel 1966, a Milano ho molti dei miei familiari (sorella, cognato, nipoti), a Milano è nata la mia primogenita Sara. Ogni occasione per alimentare il mio legame con Milano è per me motivo di gioia. Un legame che consolido ogni qualvolta incontro, una o due volte all’anno, i compagni del Centro Pavoniano (quei pochi che riesco, per via dell’avanzata età della maggior parte di

loro, a rivedere) con i quali andiamo alla ricerca di posti e luoghi rimasti inalterati nel tempo, ricordi della nostra infanzia e di tradizioni da riscoprire. E per rimanere in tema di tradizione, il panettone lo vengo a comprare a Milano in una delle storiche pasticcerie della città, nonostante le ottime pasticcerie presenti a Cantù, con grande piacere di mia moglie Giovanna, la mia più grande tifosa.”

La consegna dell’Ambrogino d’Oro

M.S. Anche la Città di Milano si sente molto legata a te. Lo dimostra la consegna nel 2013 di una onorificenza tipicamente meneghina, l’ Ambrogino d’Oro. La motivazione? Leggenda del basket, è nella Hall of Fame di questo sport per gli straordinari risultati sia come giocatore sia come allenatore”.

R.C. E’ una cosa che mi ha profondamente inorgoglito ma anche molto stupito. In fin dei conti i miei meriti sportivi sono legati alle vicende di altre città, in particolare proprio a Cantù che di Milano è una rivale storica. Chi mai avrà voluto premiarmi con la consegna di questo riconoscimento così prestigioso? Quando mi recai al Teatro dal Verme per la premiazione chiesi informazioni. Mi risposero che era arrivata una segnalazione in Consiglio Comunale. Da chi non l’ho mai saputo.”

Il periodo della nazionale. Successi ed amarezze

M.S. Parliamo di Nazionale ora. Grandi successi come giocatore con le due medaglie di bronzo conseguite nel 1971 in Germania e nel 1975 in Yugoslavia . Ma anche momenti di grande amarezza come l’esclusione dalla squadra che avrebbe disputato le Olimpiadi di Monaco nel 1972. Cosa ti ha lasciato quell’episodio

C.R. Episodi come questo fanno parte del percorso. Al momento non compresi la scelta di Giancarlo Primo come peraltro non la compresero molti altri. L’avrei compresa solo qualche anno più tardi quando, da Commissario Tecnico della Nazionale, mi resi conto che nelle scelte dell’allenatore della Nazionale vengono prima le esigenze della squadra, a prescindere dal singolo giocatore. Una scelta comunque sofferta dallo stesso Primo che per la mia dedizione alla maglia della Nazionale mi avrebbe convocato. Vi avrebbe rimediato con la convocazione nel 1975, dopo tre anni di assenza, per colmare il vuoto lasciato dall’infortunio di Pino Brumatti. Ovviamente non ci pensai un attimo.”

La chiamata dell’Nba

M.S. Negli anni di assenza dalla squadra nazionale era arrivata la chiamata da parte dell’Nba. Perché vi rinunciasti?

C.R. “Proprio per la mia dedizione al campionato italiano ed alla Nazionale. Accettare la proposta dell’Nba significava, ai tempi, rinunciare a giocare in Nazionale e dover giocare, tornato in Italia, il campionato italiano da straniero in quanto tesserato da una federazione straniera, quella statunitense appunto. E poiché allora le squadre potevano avere in rosa

solo un giocatore americano avrei dovuto subentrare ad un altro giocatore americano. Rifiutai, il rischio era troppo alto.”

Il ritorno in nazionale

M.S. Parlaci del tuo ritorno in Nazionale.

C.R. Il 1975 fu per me un anno strepitoso. Vinsi il secondo scudetto nella finale disputata contro l’Ignis Varese e venni convocato in Nazionale con la quale realizzai la mia migliore prestazione di sempre nelle competizioni internazionali. Se la convocazione del 1975 fu giusta perché ero in grandissima forma, non altrettanto lo fu quella per le Olimpiadi 1976.

Quell’anno non ero stato all’altezza delle mie aspettative, ero scarico. E non mi era

piaciuto come avessi giocato le qualificazioni per le Olimpiadi. Era quindi logico e giusto

aspettarsi che non venissi convocato. Invece Primo mi convocò. Come fui sorpreso per la mia esclusione di qualche anno prima, fui sorpreso questa volta per la mia convocazione. Probabilmente la scelta fu dovuta alla volontà di ricompensarmi della passata esclusione, della mia pronta risposta alla sua chiamata di due anni prima nonostante questa fosse avvenuta solo in conseguenza dell’infortunio di Brumatti, dell’ottima prestazione negli Europei 1975 con la vittoria di una medaglia.

“Da allenatore ho compreso le ragioni della mia esclusione del 1972 ma ho ritenuto sbagliate quelle della mia convocazione del 1976. Le scelte, se pur dolorose, devono essere fatte con senso pratico lasciando da parte i sentimenti.”

Le lezioni del passato

M.S. E’ una lezione che hai fatto tua nella carriera di allenatore?

C.R. Nel 2003, quando dovetti fare le scelte per la squadra , non convocai Gianmarco Pozzecco. Nonostante fossi profondamente legato a lui come ad un figlio e nonostante i suoi grandi meriti sportivi che lo avevano reso protagonista nella stagione dello scudetto della stella di Varese, primo successo importante della mia carriera di allenatore e per il quale avrei dovuto essergli riconoscente, ritenni che la squadra non fosse ancora pronta per accogliere una scheggia impazzita come lui. Quello che Primo fece a me, io lo feci a Pozzecco privilegiando la squadra, non ancora pronta ad assorbire le sue esuberanze . Quando poi nel 2004 Pozzecco entrò nell’organico dovetti necessariamente lasciare a casa uno dei lunghi, Sandro De Pol che, con Gianmarco, era stato uno degli artefici dello scudetto di Varese. Un giocatore capace di un grande impegno etico e di una grande disponibilità, tanto da farsi convincere al cambio di ruolo da guardia/ala piccola ad ala forte. Un cambiò che risultò determinante per la vittoria finale di quello scudetto. Se mi fossi fatto trascinare dalle emozioni, De Pol avrebbe partecipato alle Olimpiadi 2004. Ma scelsi Luca Garri che, seppur meno esperto, era la scelta tecnica e tattica della quale la squadra necessitava potendo giocare sia da ala forte che da pivot. Ho quindi messo a frutto le esperienze personali avute con i miei precedenti allenatori ricordandone sia le scelte giuste che gli errori, come la convocazione alle Olimpiadi 1976 dove francamente giocai poco e male. Da allenatore capii quello che non avevo capito da giocatore. La mia percezione delle cose era cambiata.”

Milano, scuola di grandi allenatori

MS. Milano è stata negli anni una fucina di grandi allenatori: Sandro Gamba, Franco Casalini, Riccardo Sales, Arnaldo Taurisano, Pippo Faina, Fabrizio Frates, Valerio Bianchini, Dan Peterson, Dido Guerrieri. Cosa pensi di aver appreso da loro?

C.R. “Quando sono arrivato a Bergamo, pensando di giocare, la società, che aveva progetti importanti, mi mise davanti ad una doppia scelta: fare il general manager o l’allenatore. Scelsi di fare l’allenatore. Allenare non era mai stato nelle mie previsioni quindi pensai a quanto mi avevano insegnato i tre che avevo avuto nella mia carriera da giocatore di club.

Non riconoscendomi completamente in nessuno dei tre, ne presi le peculiarità adattandole

alla mia personalità. Da Taurisano ereditai la capacità di preparare tecnicamente i giocatori. Dai settori giovanili di Cantù, con lui come preparatore, erano usciti giocatori come Pierluigi Marzorati ed Antonello Riva. Da Stankovic presi l’abilità nel giusto approccio alla partita e nella gestione psicologica dei giocatori. Di Corsolini feci mia la capacità di privilegiare l’aspetto umano a quello della prestazione, se pur importante. Ricordo che quando mi allenava, mi obbligava ad andare, prima di recarmi in palestra, a prendere lezioni di diritto da sua moglie Mara. Si preoccupava dei miei studi. Se non avessi studiato, niente allenamento. Sul campo, poi, ci dovevamo comportare sempre con sportività e lealtà. Mi insegnò cosa significa l’etica professionale. Un secondo padre tant’è che gli ho dedicato il Premio Fair Play ricevuto nel 2015 al Panathlon di Como. Per quanto riguarda quelli della scuola milanese, all’inizio della mia carriera da allenatore, i più gettonati erano Dan Peterson e Valerio Bianchini ma chi mi costrinse a migliorare fu Ettore Messina, un maestro per un’intera generazione di allenatori compreso me.”

M.S. I risultati dimostrano che hai saputo metabolizzare molto bene gli insegnamenti degli altri allenatori costruendoti però uno stile personale. Con Valerio Bianchini condivi il primato di tre scudetti vinti in tre città diverse. Quale ne è stato il segreto?

C.R. “Semplicemente la conferma di quanto ho sempre sostenuto. Un allenatore deve essere in grado di adeguare le proprie linee guida alle caratteristiche dei giocatori di cui dispone cogliendole le sfumature psicologiche e comportamentali oltre che tecniche e tattiche. Quando arrivai a Varese vinsi lo scudetto facendo giocare Jack Galanda nel ruolo di pivot. L’anno successivo a Bologna lo stesso giocatore, che ho sempre voluto con me, nella finale scudetto vinta contro Benetton Treviso giocò nel ruolo di ala piccola.”

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About Luca Talotta

Calabrese di nascita e milanese d'adozione, giornalista dal lontano 2001. Specializzato in ambito sportivo e appassionato del mondo dei videogiochi. Adora Kakà, innamorato da sempre di Van Basten, tanti anni divisi tra aule universitarie e campi di calcio l'hanno portato, alla fine, ad intraprendere il lavoro più bello del mondo. Quello del giornalista.

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