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“L’Inter ha le ali”, Carlo Muraro e compagni ci raccontano aneddoti e curiosità di un calcio che fu

“L’Inter ha le ali” ci racconta un anno memorabile, quello dello scudetto 1979/80. Tra aneddoti, curiosità e nostalgia di un calcio che non c’è più, i protagonisti di allora si raccontano. Presentato in occasione della ricorrenza dei 110 anni dell’Inter, è un viaggio alla riscoperta del senso di appartenenza ad una squadra, ad una società, ai suoi valori. Quando per giocare a calcio bisognava prima di tutto essere uomini ed il rinnovo del contratto bisognava guadagnarselo attraverso la fatica e l’impegno quotidiano. Ce ne parlano Carlo Muraro, uno dei protagonisti di quella stagione e coautore del libro, ed Andrea Mercurio, che ne ha curato la parte editoriale per conto di Piemme Edizioni.

Un’idea che viene da lontano. Da chi è nata?

C.M. “In realtà l’idea di scrivere un libro mi è stata suggerita da un amico che mi ha sempre incoraggiato a trasmettere la mia storia alle generazioni più giovani. Ho sempre pensato che le cose vadano condivise. Quindi ho deciso di coinvolgere i miei compagni di squadra con i quali mi sento e mi vedo tuttora periodicamente. Ho così approfittato delle cene che organizziamo ogni mese, attraverso il gruppo whatsapp creato da Alessandro Scanziani, per il piacere di rivederci e di raccontarci le nostre esperienze, coltivando il senso di appartenenza a quel gruppo e a quel modo di intendere il calcio che ancora ci accomuna. Grazie ad esse ho potuto rendere partecipi i miei compagni nella realizzazione del progetto. Così è nato “L’Inter ha le ali”.

Hanno tutti condiviso in equal modo l’idea di realizzare un libro?

C.M. “Anche se in copertina appaiono alcuni nomi, in realtà tutti hanno voluto dare il loro contributo alla stesura del libro. Pur se all’inizio ho dovuto faticare un po’ a convincerli. Alla fine, però, hanno condiviso il progetto che ne sta alla base. Entusiasti, alla sera di presentazione del libro, per l’affetto dimostrato dai tifosi, e non solo, accorsi numerosi all’evento.

Tante testimonianze di personalità tra loro molto diverse. Cosa ne è scaturito?

C.M. “Abbiamo voluto raccontare la storia di quegli anni attraverso la storia di un gruppo che era tale al di là e nonostante le diverse personalità che lo componevano. Raccontare il gruppo attraverso il gruppo. Un gruppo compatto, un gruppo di amici. A fare da sfondo gli insegnamenti dell’allenatore Eugenio Bersellini. Insegnamenti che andavano oltre il mondo del calcio. Per Bersellini prima che giocatori bisognava essere uomini.”

“L’Inter ha le ali”, quali le motivazioni del titolo?

A.M. Nel titolo “L’Inter ha le ali” c’è il riferimento al ruolo dell’ala, il ruolo che ricopriva Carlo Muraro quando giocava in quella squadra. In quel calcio, infatti, non c’era ancora il centrale ma il libero, non c’erano i laterali difensivi ma i terzini, non c’erano gli esterni ma le ali. Ed è proprio grazie alle ali che si può volare con la mente e le emozioni, con uno sguardo rivolto al passato e contemporaneamente proiettati verso un futuro che ne riprenda i valori.

Quale messaggio avete voluto trasmettere con il vostro libro?

C.M. “Una diversa visione del gioco del calcio e di cosa volesse dire, allora, essere calciatori dell’Inter. La gestione della squadra da parte della società era costante, pressoché ininterrotta. Eravamo seguiti in ogni momento della nostra vita, calcistica e privata, dentro e fuori dal campo. Il Presidente Ivanoe Fraizzoli ci trattava come figli. Ogni sabato, durante il ritiro pre-partita ci raccoglieva intorno a sé con il desiderio di trasmetterci quei valori che nella vita, non solo sportiva, sono la base per raggiungere traguardi importanti: impegno, sacrificio, forza, sudore. Valori che hanno prodotto un attaccamento alla squadra ed un senso di appartenenza che nel calcio attuale ritrovi raramente.”

Qualche episodio particolare da ricordare?

C.M. “Per l’Inter ed Ivanoe Fraizzoli i giocatori dovevano avere una vita sana, senza distrazioni. Mi ricordo che, alla fine di una  premiazione come migliore giocatore dell’anno, accompagnai a casa Annamaria Rizzoli, soubrette e madrina della manifestazione. Niente di più. Finimmo sui giornali. Fui quindi convocato dalla Curia di Milano per ragguagli in merito. Scoprii successivamente che dietro tutto ciò c’era lo zampino di Fraizzoli. Si preoccupava che mantenessimo una giusta condotta morale, anche fuori dal campo. Se volevi giocare all’Inter, dovevi rispettare le regole.

Se Fraizzoli era il vostro papà, Eugenio Bersellini era il sergente di ferro.

C.M. “Un autentico martello. Per arrivare alla vittoria bisogna passare dalla fatica, ci ripeteva sempre. Instancabile, non ti consentiva mai una pausa. Durissime,ad esempio, le salite alle quali ci sottoponeva nei primi giorni di ritiro, senza neanche avere le scarpe adatte. Il mister Bersellini davanti, il suo secondo Armando Onesti in coda, a serrare le file. Nessuno poteva scappare. Una volta, durante una corsa di allenamento, i suoi piedi hanno cominciato a sanguinare. Senza fermarsi ha continuato a guidare il gruppo. Se ce la fa lui, pensammo, dobbiamo farcela anche noi. Ci ha insegnato cosa vuole dire affrontare la fatica per raggiungere gli obiettivi. Ha creato un gruppo che è rimasto tale nel corso degli anni. Per noi un esempio da non dimenticare.”

Per fortuna qualcuno vi allietava con i suoi scherzi.

C.M. “Vero. Nazzareno Canuti, il nostro stopper, era sempre pronto a combinare qualche scherzo. Era geniale. Era capace di sorprenderti in qualsiasi momento senza farsi cogliere sul fatto. Nessuno era esente dai suoi scherzi

Fatica, sudore ma anche tanta gioia di fare parte di quel gruppo. Come è cambiato oggi il gioco del calcio?

C.M. “I giocatori di quella squadra hanno vissuto nell’Inter. Dalle giovanili sono arrivati alla prima squadra. Da qui la nostra forza, la nostra compattezza. Un gruppo unito che condivideva gli stessi valori. Chi esce dal settore giovanile dell’Inter dopo anni non può non essere tifoso dell’Inter. Ti senti interista, con un senso di appartenenza che non ti abbandona più. Un senso di appartenenza che allora condividevi con i tifosi per strada, agli allenamenti, agli aeroporti. Oggi i giocatori sono isolati, completamente distaccati dai loro tifosi che non possono neanche più assistere ai loro allenamenti.

A chi vi rivolgete con “L’Inter ha le ali”?

A.M. “Nel libro si parla poco di calcio giocato quanto di una filosofia di vita calcistica, e non solo, basata sul lavoro e sul sacrificio. Valori fondamentali per l’uomo e per l’atleta. Abbiamo voluto comunicare questo messaggio ai quarantenni o cinquantenni che abbiano un senso di nostalgia verso quel modo di intendere il gioco del calcio con la speranza che possano esserne portavoce in famiglia, con i loro figli. Ci rivolgiamo anche ai più giovani perché possano sentirsi stimolati dalla lettura di questo libro a riscoprire valori che nella realtà attuale sono poco abituati a condividere. Senza dimenticare la Federazione Gioco Calcio in un momento nel quale si è tornato a parlare di ringiovanimento e riscoperta dei vivai. Per riscoprire un calcio che non c’è più.

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