copertina RIBELLI degli stadi

Il fenomeno degli ultras italiani affrontato con passione ed obiettività da Pierluigi Spagnolo, giornalista e tifoso di calcio. Da anni frequentatore delle curva della sua squadra del cuore, il Bari, ci ha proposto con il suo libro “I ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras italiano” un quadro storico del fenomeno che da 50 anni coinvolge migliaia di tifosi. Vi proponiamo l’intervista all’autore.

Perché un libro sulle curve degli ultras?

“Sin da bambino ho coltivato la passione per quanto ruota attorno al mondo del calcio. In età adulta ho approfondito la storia dei fenomeni ad esso legati. Per anni ho frequentato le curve, da tifoso. Oggi, da giornalista, voglio sfatare i tanti luoghi comuni che normalmente si associano al tifo organizzato ed alle curve, che di quel tifo sono l’espressione. Ed ai loro protagonisti, gli ultras

 A quando risale il primo gruppo di ultras?

Siamo nel 1968. Il particolare contesto socio-culturale da quale trae origine il primo gruppo, la Fossa dei Leoni di fede milanista, stravolge il modo di andare allo stadio degli italiani. Cambia soprattutto il grado di partecipazione. Non più spettatori che si limitano ad assistere all’evento sportivo ma tifosi che diventano protagonisti dell’evento. Sostengono la squadra e ne diventano il 12° giocatore, fuori dal campo di gioco. Nascono gli ultras

Come si è sviluppato il tifo organizzato in Italia?

Nato e sviluppatosi nel clima della contestazione sessantottina, ha avuto il picco nel decennio tra l’inizio degli anni 80 e l’inizio degli anni 90. Con l’avvento delle pay tv, negli anni successivi, un progressivo quanto inesorabile declino. Gli stadi si sono svuotati, causa la possibilità di vedere comodamente le partite sul divano di casa. A complicare la situazione, l’applicazione delle norme anti-violenza nel corso degli anni 2000 che ha contribuito ad allontanare tanti tifosi dagli stadi. La loro presenza è diventata quindi sempre meno rilevante, anche nei bilanci delle società calcistiche. Senza contare il costo sempre più oneroso dei biglietti per assistere ad una partita. Difficile pensare che, in un momento di grave difficoltà economica come quello attuale, un tifoso sia disposto a spendere per due biglietti nell’anello dei popolari quanto spenderebbe per l’abbonamento di un intero anno alla pay tv!”

Le curve sono quindi destinate a scomparire?

No. C’è sempre una componente di tifosi che continua e continuerà ad assistere alle trasferte. Anche se tanti si sono stancati e si stancheranno delle peripezie da affrontare per recuperare biglietti costosissimi ed altrettanti hanno già preferito la comodità della pay tv, ci sarà sempre chi vorrà recarsi allo stadio per vivere con il gruppo la propria passione. Nonostante tutto

Da quale cultura trae origine il tifo organizzato?

Diversamente da quanto si crede normalmente, la curva è il luogo più trasversale che esista. Tutti siedono, l’uno accanto all’altro, accomunati dalla stessa passione calcistica. Il notaio siede accanto a chi vive di espedienti, il libero professionista accanto a chi si è fermato alla scuola dell’obbligo. Condividono l’adesione ad un gruppo, al di là di ogni barriera sociale, economica, culturale. Barriere che fuori dallo stadio sono insuperabili, nella curva si azzerano. Anche in quelle curve che, dall’esterno, appaio schierate politicamente e in realtà sono al loro interno sfaccettate”

Calcio e politica. Una miscela spesso esplosiva.

Il tifo organizzato è nato alla fine degli anni 60 e si è sviluppato negli anni 70. Ha così assorbito e trasportato al proprio interno la logica, i contenuti, gli slogan delle frange più radicali della politica italiana di quegli anni. Non a caso i primi gruppi di ultras si chiamavano Brigate, Nuclei, Commando. Con chiari riferimenti ad una precisa area politica, particolarmente attiva in quel periodo. Il linguaggio utilizzato dagli ultras era violento perché violenta era la conflittualità che caratterizzava il confronto politico all’interno del paese. Gli slogan inneggiavano alla P38, gli ultras mostravano le bare. Gli episodi di violenza degli anni anni 70 sono stati spesso ancor più gravi di quelli attuali. Eppure gli stadi erano pieni

Diminuzione della violenza ma anche calo di spettatori e tifosi allo stadio. Una contraddizione?

Le norme anti-violenza hanno contribuito a ridimensionare gli episodi di violenza. Allo stesso tempo, hanno introdotto profonde restrizioni alla partecipazione all’evento sportivo. La tessera del tifoso, il divieto a portare tamburi e bandiere, l’obbligo di concordare con le Questure gli striscioni da esporre sugli spalti hanno impoverito l’espressione più verace del tifo organizzato. Le curve sono diventate sempre meno colorate e le scenografie del tifo sempre più sciapite. Molti si sono allontanati. Aver limitato gli eccessi con misure fortemente restrittive ha contributo ad uccidere la passione”  

Quale è stato negli anni il rapporto degli ultras con le società calcistiche?

“I gruppi di ultras degli esordi riproponevano esattamente l‘appoccio antisistemico delle componenti più radicali della società civile dalla quale traevano origine. Erano completamente slegati dalle società calcistiche sulle cui scelte non avevano la pretesa di intervenire. Poi tutto è cambiato

Quale futuro per gli ultras?

Non scompariranno mai, ed è giusto così. Pur senza tornare ai picchi degli anni 80, gli ultras sono una aggregazione spontanea che non può essere sciolta. Nessuna legge, se pur legittima, può impedire l’aggregazione spontanea attorno ad una passione. Gli ultras possono sopravvivere a qualsivoglia cambiamento sociale. Prendiamo per esempio i Boys, gruppo di supporter del Parma Calcio. Sono nati nel 1977 e sono ancora lì, sopravvissuti al crollo della Prima Repubblica e di quei partiti che ne facevano parte

Abbiamo parlato dei rapporti del tifo organizzato con le società calcistiche e la politica. Ed il rapporto con la malavita organizzata?

“Il calcio è un grande business. Girano tanti soldi. Inevitabile che le organizzazioni malavitose abbiano interesse a frequentare le curve. Le curve non creano malavita, è piuttosto la malavita che frequenta gli stadi per poterne gestire le strutture annesse, l’organizzazione delle trasferte, il merchandising. Non per questo tutti gli ultras sono malavitosi. Ci sono anche quelli ma non sono rappresentativi dell’intera curva. La curva è come un vagone della metropolitana. Ci trovi di tutto

Quale la responsabilità dai mezzi di informazione nella elaborazione dei pregiudizi attorno al mondo degli ultras?

Una cattiva notizia fa più scalpore di una buona notizia. Una scarsa conoscenza del fenomeno ed i pregiudizi alimentati dall’enorme rilevanza data ad episodi fortemente negativi come quello dello scorso novembre allo Stadio Olimpico ne hanno favorito la diffusione. Ed i mezzi di informazione spesso non aiutano a dissiparli. Si parla di chiudere le curve. La daspo di gruppo colpevolizza un intero gruppo per le responsabilità di un singolo o di una minoranza. Assurdo. Le responsabilità penali sono personali, non possono essere estese a tutti indistintamente. Conseguenza di un approccio sbagliato al tema dell’ordine pubblico, da decenni

Sono passati ormai 10 mesi dalla pubblicazione del tuo libro e siamo già alla terza ristampa. Un bel risultato.

“Oltre le mie migliori aspettative, soprattutto perché la pubblicazione è stata frutto della collaborazione con una piccola casa editrice di Bologna, Odoya. Sorprendenti sono stati anche i commenti di tanti lettori che mi hanno ringraziato per aver fatto luce su un fenomeno ancora poco esplorato. C’è anche chi mi ha inviato il post fatto alla copertina del mio libro. Ha apprezzato che abbia detto cose che da anni volevano sentir dire. A farlo il libero professionista che la domenica va in curva a tifare per la squadra del cuore

Il motivo del tuo successo?

“Ho fotografato il fenomeno con obiettività, senza peraltro sfuggire agli episodi più nefasti della storia del tifo organizzato. Il mio libro parla di passioni, di gioie e di dolori. Perché gli ultras non sono ne teppisti, ne santi. Sono piuttosto un microcosmo, un universo multiforme che sfugge ad ogni classificazione, ad ogni etichetta. Un fenomeno che da 50 anni coinvolge centinaia di migliaia di tifosi non può essere ridotto ad un aggettivo”

Cosa auspichi per i prossimi anni?

“Una diversa concezione e considerazione del mondo degli ultras, scevra da pregiudizi e luoghi comuni. Allo stadio nessuno deve sentirsi fuori luogo. Senza tensioni, con la politica estranea alle logiche del tifo organizzato. Tante tifoserie hanno già sposato questa filosofia, a cominciare da quelle milanesi”

Frequenti tuttora le curve?

“Da quando faccio il giornalista e vivo a Milano sempre meno, per mancanza di tempo. Quando però ne ho la possibilità, vado in curva. E’ un mondo che non ti abbandona mai”.

Francesco A. Bellini
elcipe21@gmail.com