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Carlo Muraro (Foto You Tube)

Carlo Muraro, Jair bianco del calcio italiano. Al servizio della squadra, sempre

Carlo Muraro, imprendibile ala dell’Inter anni ’70. Una delle ultime del calcio italiano. Soprannominato Jair bianco dal “mago” Helenio Herrera. All’Inter lega la sua storia, giocandovi quasi ininterrottamente dal 1973-74 al 1984-85. Con la maglia nerazzurra colleziona 128 presenze in Serie A, 25 in Coppa Italia, 28 nelle Coppe Europee. Segna 72 gol. Ne farà ancora molti nella carriera, tra Serie A e Serie B. Per poi dedicarsi per quattordici anni ad allenare le squadre giovanili di molti club lombardi. E scoprire un giorno, per caso, di avere anche una vena “artistica” come opinionista tv. Da qualche mese è anche autore di un libro, “L’Inter ha le ali“, che ripercorre l’anno dello scudetto 1979-80. Scritto insieme ai compagni di allora. Con i quali mantiene rapporti solidissimi. Ciò che conta, per Carlo Muraro, sono soprattutto i valori umani, prima ancora che sportivi. In campo e fuori dal campo, sempre e comunque. Una persona vera. Ed una ala indimenticabile, autore di gol indimenticabili. Come quello realizzato nella Coppa dei Campioni 1980-81, dopo una travolgente cavalcata solitaria in contropiede. Vi proponiamo oggi la sua storia, da lui stesso raccontata.

L’arrivo all’Inter, giovanissimo

Un giovanissimo Carlo Muraro approda alla corte dell’Inter. “Arrivai all’Inter nella stagione 1969-70 da Villapizzone, periferia a nord di Milano. Dove avevo fatto un anno negli esordienti e poi negli allievi della squadra del locale, l’Edelweiss Villapizzone. Mi aveva notato un osservatore dell’Inter. Feci quindi la classica trafila. Due provini con l’Inter, due con il Como. Non seppi più niente, avevano parlato solo con mio papà. Quando arrivò la convocazione per lettera raccomandata, avevo 14 anni. Uno dei momenti più belli della mia vita

Bravissimi maestri, insegnamenti che valgono per tutta la vita

All’Inter Carlo Muraro trova tanti maestri, tutti parimenti importanti per la sua crescita,  calcistica e soprattutto umana. “All’Inter ebbi la fortuna di avere bravissimi maestri. Arcadio Venturi, Livio Fongaro, Enea Masiero. E Garoia, il responsabile del settore giovanile. Persone che mi e ci hanno fatto crescere e maturare. Un pensiero condiviso da tanti miei compagni di allora, al di là del loro percorso calcistico più o meno fortunato. Tutti abbiamo dato importanza all’educazione ricevuta. Qualcosa che ti marchia per tutta la vita, dal punto di vista umano. E ti fa capire cosa sia il senso di appartenenza. Lo impari nel quotidiano, nelle rinunce che devi fare. Insegnamenti che valgono per tutta la vita, indipendentemente dai risultati sportivi. Devi passare qualche collina per arrivare in pianura

L’incontro con Helenio Herrera, straordinario motivatore

“Dei miei trascorsi giovanili non posso non menzionare Helenio Herrera, di ritorno all’Inter. Un innovatore, era trent’anni avanti rispetto a tutti gli altri. Ne sono esempio le partite che organizzava tra le squadre giovanili e la prima squadra. Per scegliere quei giovani che lo avrebbero seguito nei ritiri della prima squadra. Feci così un ritiro con Herrera del quale non mi scorderò mai. Faceva fare tutto con la palla. Ed era un grande motivatore. Mi fece capire che per arrivare bisogna superare gli ostacoli, anche quelli che non ti aspetti. E per dimostrarmelo mi fece giocare terzino. Per imparare anche a marcare l’avversario. Piccole cose che fanno crescere”

Vittoria in Coppa Italia Primavera, completamento di un percorso

I ragazzi che hanno condiviso il mio percorso nelle giovanili hanno poi fatto una buonissima carriera calcistica. La cosa più importante, prima di ogni altra. La vittoria, nella stagione 1972-73, della Coppa Italia Primavera con allenatore Arcadio Venturi, fu il completamento di un percorso. Vincemmo la finale contro la Fiorentina di Desolati, Caso, Braglia, Antonioni. Di fronte a 20.000 persone, allo Stadio Artemio Franchi di Firenze. In quella occasione imparammo cosa volesse dire lottare per conseguire un obbiettivo. Circondati dallo sguardo e dalla pressione del pubblico. Imparammo ad assumerci le nostre responsabilità. E crescemmo

L’esordio in Serie A, poche occasioni per giocare

L’anno dopo passai in prima squadra con Helenio Herrera. Seguito poi da Enea Masiero, Luis Suarez, Giuseppe Chiappella ed Eugenio Bersellini. Con il qualeho fatto ben cinque anni. Senza dimenticare Radice e Castagner, con i quali ho concluso il mio percorso all’Inter. Nella prima stagione, con Herrera, feci il mio debutto. Ma collezionai poche presenze. Lo stesso successe l’anno dopo con Luis Suarez. Sempre chiuso da altri giocatori. L’esperienza acquisita nei primi anni fu però importantissima per il proseguio della mia carriera. Giocavo poco, è vero, ma avevo la possibilità di allenarmi con grandi giocatori. Da loro ho imparato tanto. Erano persone che parlavano poco. Bastava una loro occhiata per farti capire cosa fosse giusto e cosa no”

Nasce “Jair bianco”, Carlo Muraro si scopre attaccante

Jair bianco, un appellativo affibiatomi da Helenio Herrera. Grande comunicatore e motivatore, anche in queste cose. Lo fece allora, con la stampa, per enfatizzare il mio esordio. Mi fece e mi fa tuttora piacere essere accostato ad un grande. Jair però era altra cosa. Siamo stati molto simili per la velocità in campo, diversi per tutto il resto. Jair aveva più dimestichezza negli spazi brevi, da attaccante naturale quale era.Viceversa, io attaccante lo sarei diventato. Con Helenio Herrera prima e Pietro Maroso poi. Un percorso iniziato a Milano, dove avevo cominciato a prendere dimestichezza con il ruolo di attaccante. Giocavo però solo di piede, sulla fascia. Fu Pietro Maroso, nella stagione a Varese, ad avere l’intuizione di farmi giocare punta centrale. Mi consigliò di spingermi di più in area di rigore per sfruttare le mie doti di colpitore di testa. I risultati gli diedero ragione. Alla fine segnai più di testa che di piede

Il mancato passaggio alla Juventus, la dirigenza nerazzurra scommette su Carlo

Si dicono tante cose. Di sicuro non c’è nulla. Solo la cifra per la quale mi avrebbero voluto cedere, 1.150.000.000 lire. Per quello scambio che avrebbe dovuto portare Anastasi all’Inter. Mazzola aveva dato il veto per la mia cessione. Poi ci ripensò, dopo l’anno positivo disputato a Varese. E per il timore che a Torino potessi veramente esplodere calcisticamente. Ero giovane, avevo ancora margini di miglioramento. E così sacrificarono Boninsegna, giocatore oramai a fine carriera. Anastasi arrivò quindi all’Inter, io tornai a vedere le partite dalla panchina

A Varese, per diventare attaccante completo

La stagione 1975-76 disputata a Varese mi diede l’opportunità di maturare, a fianco dell’allenatore Pietro Maroso e del direttore sportivo Sogliano. E giocare, finalmente. Con un promettente gruppo di giovani, quasi tutti provenienti dalle squadre Primavera dei grandi club. A fine campionato giungemmo quarti, ad un punto dalla terza classificata. Promozione sfiorata. Nonostante ad inizio campionato nessuno avrebbe scommesso su di noi. Con la mia personale soddisfazione di aver segnato 16 gol, su 35 partite disputate. Anche se in realtà ne segnai uno in più, non assegnatomi perché considerato erroneamente un’autorete

Ritorno all’Inter, Carlo Muraro conquista il posto da titolare. Da solo contro tutti

Tornai all’Inter e ritrovai Giuseppe Chiappella. E tornai ad osservare. Coppia d’attacco fissa era infatti Libera-Anastasi. Riuscii comunque a giocare qualche partita, nel girone di ritorno. Segnai nove gol, di cui sette in tre partite. L’anno dopo, Eugenio Bersellini puntò per l’attacco sulla coppia Anastasi-Altobelli. Era cambiato l’allenatore ma la sostanza era la stessa. Non partivo mai titolare, ogni minuto in campo me lo dovevo conquistare. Dovevo sempre dimostrare qualcosa in più.  Giudicato per il numero di gol che realizzavo, i voti in pagella non sempre erano gratificanti. Non mi sentivo compreso. Giocavo per la squadra. Per dare il mio contributo, come nei desideri degli allenatori. Dai quali preferivo essere giudicato. Le insufficienze in pagella però non erano mai giustificate da nessuno. La società non mi difese, mai. La scarsa considerazione e la poca fiducia che manifestava nei miei confronti mi addolorava. Rispettavo tutti, quando non ero in formazione mi rodeva. Dovevo perciò lavorare interiormente, sopportando le amarezze. Alla fine ho conquistato il posto da titolare. Ma ho continuato a dovermi difendere da solo

1979-80, la conquista dello scudetto, con qualche amarezza

Dopo la vittoria in Coppa Italia nella stagione 1977-78,

Carlo Muraro con la maglia dell’nter (Foto Wikipedia)

nella stagione 1979-80 arrriva per Carlo Muraro la grande soddisfazione della conquista dello scudetto. Non tutto però va per il verso giusto “Nella stagione 1979-80, quello dello scudetto, avrei voluto ripetere quanto di buono avevo fatto nei precedenti campionati. Ancora una volta mi sacrificai per la squadra. Giocai più lontano dalla porta avversaria. Limitai il numero di gol realizzati, inevitabilmente. Stesso discorso, l’annosuccessivo. Quello della Coppa dei Campioni. Non sentivo la fiducia della società. A fine stagione chiesi di essere ceduto. Feci così due stagioni lontano da Milano. Prima con l’Udinese poi con l’Ascoli. Stagioni contraddistinte da diversi infortuni. Tornai successivamente a Milano, dove disputai le ultime due stagioni in nerazzurro.Con allenatore Gigi Radice prima, Ilario Castagner poi

Spalla ideale per tanti campioni

Non ho mai avuto l’egoismo dell’attaccante. Se vedevo un compagno smarcato, gli passavo subito la palla. Giocavosempre per il bene della squadra. Con altruismo. Ero quindi la spalla ideale per gli attaccanti puri. Cattivi ed egoisti, in senso calcistico. Nella mia carriera ho giocato insieme ad autentici campioni in tal senso. Chi a fine carriera, chi nel pieno della maturità calcistica, chi agli esordi. Ma tutti hanno lasciato il segno. A cominciare da Roberto Boninsegna. Uno dei più bravi in assoluto. Calciava di destro e di sinistro, in acrobazia inquadrava sempre la porta. Cattiveria al punto giusto. Senza dimenticare di aiutare la squadra. Pietro Anastasil’altruismo fatt persona. Si muoveva benissimo in campo. Bravissima persona, sempre gentile con tuttiPurtroppo all’Inter non è riuscito ad esprimersi al meglio. Alessandro Altobelli, un fenomeno. Sapeva fare tutto. Destro, sinistro, di testa. Furbo al punto giusto. Freddo in area di rigore come pochi. Ci trovavamo bene insieme, incrociavamo la posizione. Aldo Serena, allora ancora acerbo ma con tanta voglia di arrivare. Non aveva paura di nessuno, non si tirava mai indietro. Ed aveva la cattiveria giusta, come Boninsegna”

La Nazionale, un sogno sfiorato

“Ero stato convocato con la Nazionale B. Con la quale giocai quattro partite. Enzo Bearzot, il c.t. della Nazionale, stava allestendo la squadra della Nazionale maggiore per i Campionati del Mondo 1978. Venni convocato per una amichevole contro il Belgio. La stessa nella quale esordì Paolo Rossi. Due giorni dopo la convocazione mi infortunai in partita. Debutto saltato. La fine di un sogno

Carlo Muraro allenatore, la soddisfazione di aver cresciuto uomini prima che giocatori

Nel 1992 inizia per Carlo Muraro una nuova carrierada allenatore. Lo fa ponendo a fondamento del nuovo ruolo gli stessi valori che lo avevano contraddistinto in campo, da giocatore. “Anche da allenatore ho sempre pensato che bisognasse puntare sui giovani. E sulla loro crescita, non solo calcistica. Ho fatto quattordici anni nei settori giovanili tra Vicenza, dove ho guidato la squadra Primavera per cinque anni, e la Lombardia. Dove ho allenato tanto in Serie C. Saronno, Legnano, Solbiatese, Lecco, Pro Patria, Pro Sesto. Con qualche soddisfazione, sul versante sportivo. Come la promozione nel Campionato C1, con la Pro Patria, nella stagione 2001-2002. Le vere soddisfazioni per me sono però sono state altre. Negli anni, da allenatore, ho visto crescere giocatori poi divenuti importanti. Con i quali ho ancora un ottimo rapporto. Per me la cosa più bella. Insieme alla soddisfazione di aver contribuito a crescere uomini, prima che giocatori. L’attenzione verso i rapporti umani è per me basilare. La cosa importante è diventare ometti, innanzitutto”

2004 Opinionista tv, l’inizio di una carriera inaspettata

Una novità inattesa nella vita di Carlo Muraro. Un’esperienza diversa, tutta da scoprire. “Sky in Italia era partita da pochi mesi, a luglio 2004. A dicembre dello stesso anno fui chiamato per una collaborazione con l’emittente. La proposta mi colse di sorpresa. Lontanissima da me l’idea di diventare un opinionista e cronista televisivo. Lontanissima dal mio modo di essere e di confrontarmi con gli altri. Provai, senza sapere se ne avessi le capacità. La prima partita che commentai fu Salernitana-Torino di Serie B. Non sapevo come comportarmi, non conoscevo i tempi di una diretta televisiva. Non avevo l’abitudine di frequentare studi televisivi. Andò bene, trovai dei compagni di viaggio che mi aiutarono. Una esperienza che inaspettatamente mi ha nel tempo gratificato. Vivere le atmosfere calcistiche in un ambiente diverso da quello di uno stadio, riviverle con qualcuno che conosco e con il quale ho magari anche giocato è un bel modo per tenersi aggiornati. E non tagliare il cordone ombelicale con l’ambiente. Nel mio percorso da opinionista mi ha molto aiutato l’esperienza acquisita da allenatore. Sia nell’analisi delle partite che nella gestione del ruolo stesso di opinionista. Se a Sky sono ormai da quattordici anni probabilmente qualcosa di buono ho combinato”

2018 Carlo Muraro scrittore, i tifosi entusiasti

2018, anniversario speciale per l’Inter. Carlo Muraro e compagni lo festeggiano con la pubblicazione un libro, “L’Inter ha le ali. Un progetto editoriale, condiviso con i compagni di allora, per raccontare il senso di appartenenza ad una squadra, ad una società, ai suoi valori.Quando per giocare a calcio bisognava prima di tutto essere uomini ed il rinnovo del contratto bisognava guadagnarselo attraverso la fatica e l’impegno quotidiano” I protagonisti di allora si raccontano, a metà strada tra curiosità e nostalgia. A fare da sfondo, la stagione 1979-80, quella dello scudetto. Un progetto accolto con entusiasmo dai tanti tifosi accorsi alla presentazione del libro. “Un legame, quello con i tifosi dell’Inter, sempre molto forte. Per me sempre vivo, non si è mai spezzato. Altrettanto per loro che, anche oggi, non mancano di manifestarmi il loro affetto. Quotidianamente, in qualunque occasione. Li ringrazio di cuore per tutto il sostegno che mi hanno dato quando giocavo e per l’affetto del quale continuano a rendermi partecipe. Consapevole di non aver potuto sempre ricambiare al massimo le loro aspettative, mio malgrado

Inter, rapporti umani e progetto condiviso basi indispensabili per un nuovo ciclo

A rischio di essere ripetitivo, i rapporti umani sono fondamentali. Per comunicare le cose, guardarsi in faccia per affrontare le diverse situazioni, trovare la soluzione insieme. Difficile quando la distanza tra chi lavora sul campo e chi si occupa della gestione è eccessiva. Difficile avere il polso della situazione e prendere le decisioni opportune. Il confronto tra un allenatore e la società deve essere quotidiano ed immediato. Senza intermediari di sorta tra interlocutori distanti tra loro centinaia di migliaia di chilometri. Le scelte devono essere condivise, in tempo reale. Per poter conseguire i risultati adeguati. I risultati sono alla base di tutto, sono ciò che consentono ad un allenatore di avere il giusto peso in società. E potersi difendere da critiche ed attacchi. Risultati che quest’anno Spalletti è riuscito a portare con l’inserimento di giocatori importanti come Skriniar, Vecino. Borja Valero. Giocatori che gli hanno permesso di dare una diversa compattezza alla squadra. I risultati conseguiti quest’anno sono stati positivi ma è opportuno che la società continui a credere in Spalletti per aprire un ciclo che duri quattro-cinque anni. Con convinzione nel progetto, senza abbandonare l’allenatore durante il percorso. Così da evitare le incertezze dell’anno scorso avute con Mancini, De Boer e Pioli. La responsabilità non è solo degli allenatori

Ogni gol una conquista sul campo, Bologna, Belgrado e Craiova i più significativi

Quando chiediamo a Carlo quale tra i suoi gol ricorda con maggiore emozione mostra imbarazzo, non vuole sbilanciarsi. Modesto, fino alla fine. Ma poi si concede. “Il gol più bello? Per me tutti ugualmente importanti. Non avevo mai la certezza di giocare ed ogni gol che realizzavo era per la conquista di una nuova opportunità di giocare. Se proprio devo fare una classifica dei gol più importanti e significativi dico Bologna, Belgrado, Craiova. Quello segnato nella partita Bologna-Inter 1-5 nella stagione 1976-77 è uno dei più belli da punto di vista realizzativo. Cross di Mazzola, staccai per colpire di testa. Salii in cielo, saltando oltre la traversa. Anticipai anche il portiere del Bologna, Amos Adani, strappandogli il pallone dalle mani. Per il peso specifico avuto, quello realizzato nella edizione della Coppa Campioni 1980-81. Con una stilettata improvvisa da fuori area sorpresi il portiere della Stella Rossa. E conquistammo la semifinale. Non posso non menzionare quello realizzato nel primo turno di Coppa dei Campioni 1980-81, Universitatea Craiova-Inter. Un gol che i tifosi non hanno dimenticato. Una corsa solitaria di circa 100 metri a velocità folle, senza che nessun avversario riuscisse a raggiungermi e fermarmi. Un’emozione pura” Emozioni che solo un’ala vera può regalare. Come Carlo Muraro, “Jair bianco” del calcio italiano.

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