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Ivano Bordon, stagione 1981-82 ( foto Wikipedia)

Ivano Bordon, due mondiali vinti. Unico calciatore vivente a detenere il record

Un nome che rappresenta l’orgoglio dell’Italia calcistica. Ivano Bordon, per dodici anni è stato indimenticato ed indimenticabile portiere dell’Inter. Dal 1970 al 1982. Della squadra Nazionale ha condiviso le fortune insieme con un altro grande interprete del suo ruolo, Dino Zoff. Fino a vincere il Campionato del Mondo ’82 in Spagna. Nella sua lunga carriera, da giocatore prima ed allenatore poi, ha vinto tanto. Ha raggiunto traguardi importanti. Tra questi, due record che gli assegnano un posto particolare nell’elite calcistica. Non solo italiana. Il record di imbattibilità nella storia dei portieri dell’Inter. Essere l’unico calciatore vivente ad aver vinto due Campionati Mondiali di calcio. Uno da giocatore, l’altro da allenatore. Cinque decadi di storia del calcio, da protagonista. Dal 1966, anno nel quale giovanissimo è arrivato all’Inter, fino a pochi anni fa quando ha concluso il suo percorso calcistico. Ci ha raccontato la sua storia, con qualche riflessione sulla realtà calcistica dei nostri giorni. Di seguito l’intervista.

Il debutto in un derby, l’alternativa a Lido Vieri

3 Novembre 1970, derby Milan-Inter. Esordisce con la maglia dell’Inter un giovane portiere. Una promessa, come si vocifera nell’ambiente. Si chiama Ivano Bordon. Il suo non è un esordio come tanti altri. Non solo per l’importanza della partita, un derby, ma per la nomea di colui che quel giorno sostituisce, nel corso della partita. Uno dei grandi nel suo ruolo. “Debuttai in un derby Milan-Inter, malamente perso 3-0. – ci racconta Ivano BordonSubentrai al portiere titolare, Lido Vieri. Un autentico mostro sacro. Un grande atleta. Ed una grande persona. Fondamentale per la mia carriera. Ai tempi non esistevano i preparatori dei portieri. Gli anni di differenza e l’esperienza fecero in modo che divenisse rapidamente il mio allenatore. Mentre il resto della squadra si allena da una parte, mi allenavo con lui separatamente, in disparte. Per me, un maestro

1970-72:  lo scudetto, la convocazione nell’Under 21, l’esordio in Coppa Campioni

Arrivai all’Inter nel 1966. I primi anni furono ricchi di momenti importanti per la mia carriera. Nel 1970 venni inserito nella rosa della prima squadra, debuttai in un derby, vinsi lo scudetto. Nel 1970 arrivò anche la convocazione nella nazionale Under21, dove giocai titolare fino al 1973. Nella stagione 1971-72 disputai una delle mie prime partite da titolare con la maglia dell’Inter. Inter-Borussia Monchengladbach, andata degli ottavi di finale di Coppa dei Campioni. Passata alla storia calcistica come la ripetizione della partita della lattina. Vincemmo 4-2. Nel ritorno a Milano, due settimane dopo, parai di tutto. Anche un rigore. Fu la mia consacrazione

1978-1982 i successi in Nazionale, il primo mondiale vinto

Un racconto, quello di Ivano Bordon, che si tinge di  emozioni forti “Dopo l’esperienza con l’Under 21, arrivò qualche anno dopo la convocazione in Nazionale da parte di Enzo Bearzot. Venni convocato per partecipare al Campionato del Mondo 1978 in Argentina dopo aver disputato un campionato molto buono con l’Inter. Selezionato dal Commissario Tecnico della Nazionale come terzo portiere. Un’emozione particolare, qualcosa che non riesci a spiegare. Dentro di me, la soddisfazione di aver raggiunto un traguardo che non avrei mai immaginato. Mi dette una grande spinta. E la soddisfazione di vincere, quattro anni dopo in Spagna, un Campionato del Mondo indossando la maglia del proprio paese

L’avventura in Nazionale, il ricordo di tre allenatori innamorati del calcio

Nella mia avventura con la squadra Nazionale ho avuto modo di incontrare allenatori straordinari. Azeglio Vicini, per cominciare. Una grandissima persona. Ne avevo apprezzato le doti già ai tempi della Nazionale Under 21 per averne conferma quando arrivai alla Nazionale maggiore. Insieme con Cesare Maldini supportò il Commissario Tecnico Enzo Bearzot. Vicini e Maldini gestivano gl allenamenti, alternativamente. Li ho quindi conosciuti tutti e tre. Bravi, preparati, innamorati del calcio. Con Bearzot ebbi un ottimo rapporto, nonostante quanto si possa essere detto a proposito. Non nascondo che rimasi stupito del suo comportamento in occasione delle convocazioni per il Campionato del Mondo 1986. Appresi la notizia di non essere stato convocato dalla radio, non da lui. Mi sarei aspettato maggiore onestà. Non ebbi più contatti con lui per anni. Lo rividi in occasione della partita d’addio al calcio di Antonio Cabrini a Cremona. Partita che fu giocata tra ex giocatori della Nazionale e giocatori del resto d’Europa. Ci trovammo tutti insieme per la colazione, prima della partita. Non entrai nel discorso, oramai erano passati molti anni. Mi venne incontro, mi batté la spalla e mi chiese scusa. Finì lì. Senza fronzoli, come nel suo stile

Dino Zoff ed Ivano Bordon, accomunati nel ruolo e nel carattere

Il ricordo di Ivano Bordon del collega Dino Zoff con il quale ha condiviso il percorso in Nazionale. Accomunati nel ruolo e nel carattere. “Dino Zoff ha un carattere molto simile al mio. Lui friulano, io veneto. L’ho rivisto di recente, con piaceree. Tra di noi c’è sempre stato un ottimo rapporto. Molti si sono sempre chiesti se ciò che mostrava all’esterno fosse una maschera. Era esattamente ciò che appariva in video. Serio,taciturno, essenziale. In occasione del Campionato del Mondo ‘82, gli toccò andare a parlare con i giornalisti durante il silenzio stampa. Per lui una vera sofferenza. Ma lo fece, per il senso di responsabilità che il suo ruolo di capitano gli imponeva. Oggi, guardando a ritroso, il silenzio stampa e la voce di Dino Zoff furono armi vincenti. Fecero gruppo. Con il risultato che tutti noi conosciamo

1982-83 ultima stagione all’Inter. Poi il divorzio, a malincuore

Un po di malinconia ed amarezza emerge nel racconto di Ivano Bordon. “Andai a rinnovare il mio contratto, come ogni anno. Allora non esistevano i procuratori. Parlai direttamente con Mazzola e Beltrami che poi mi avrebbero riferito quanto loro detto dal Presidente Fraizzoli. Non ci fu l’accordo. Forse qualcosa non era andata per il verso giusto. Capii però che il mio percorso nell’Inter era prossimo alla conclusione. Ci rimasi malissimo. All’ Inter avrei voluto concludere la mia carriera. Un rapporto professionale può finire, senza dubbio, ma avrei preferito maggiore chiarezza. Soprattutto da chi, tra i due, era stato anche mio compagno di squadra. Così si concluse la mia storia all’Inter, da giocatore

Nerazzurro, un colore che ritorna

Nel 1983-84 passai alla Sampdoria del Presidente Mantovani. Grande intenditore di calcio e straordinario tifoso. La rivalità ed il confronto con l’altra squadra cittadina, il Genoa, si percepiva in ogni momento. Tutti i giorni dell’anno, costantemente. Diversamente da Milano, dove la rivalità si accende principalmente in occasione del derby. A Genova ritrovai subito Alessandro Scanziani, ex giocatore dell’Inter, nel pieno della sua maturità calcistica. L‘anno successivo, arrivarono Bersellini e Beccalossi. Una sorta di dejà vu nerazzurro. Bersellini era tornato a Genova per dare seguito ai progetti ambiziosi del Presidente Mantovani. Progetti ben definiti che puntavano alto. Molto alto, per una neopromossa in Serie A. Con Bersellini allenatore vincemmo nella stagione 1984-85 la Coppa Italia e ci piazzammo quarti in campionato dopo aver disputato un’ottima stagione”

Tanti allenatori, un posto particolare spetta ad Eugenio Bersellini

Il mio primo allenatore fu Gianni Invernizzi. Persona severa ma amabilissima. Con lui vinsi la finale del Campionato Primavera nel 1968-69. Heriberto Herrera fu un buonissimo allenatore. Con la testa sulla preparazione fisica. Rude ma efficace. Finché poté reggere lo scontro con gli anziani del gruppo. Suarez non fu fortunato, la squadra era molto giovane. Chiappella, un bonaccione. Helenio Herrera, che io non avevo ancora conosciuto, di ritorno all’Inter si fermò poco per problemi di salute. Ma i suoi metodi si vedevano. Era un grande allenatore. Molto lavoro con la palla. A lui, subentrò Enea Masiero che avevo avuto già nelle giovanili. Serio professionista.Poi Eugenio Bersellini, un allenatore che veniva dalla Serie B. Venne a Milano con la corazza per respingere le critiche. Ma lasciò il segno. Marchesi, gran signore. Molto preparato, ha pagato oltremisura la sua signorilità. Probabilmente poco appoggiato dalla società. Con lui arrivammo comunque quarti in campionato. Tutti, a loro modo, mi hanno insegnato qualcosa.Tra di loro, un posto particolare spetta ad Eugenio Bersellini. Con lui ho fatto cinque anni all’Inter e due con la Sampdoria. La nostra intesa era perfetta, ci capivamo a vicenda. Con lui vinsi il mio secondo scudetto, nella stagione 1979-80. In campo un allenatore con il quale ho condiviso molti dei miei successi, fuori il campo di gioco una persona con la quale ho avuto un rapporto strettissimo

1989 Stop alla carriera da calciatore, nuovo percorso per Ivano Bordon

Quindici anni di Serie A, dei quali la maggior parte passati all’Inter. Competizioni internazionali con squadre di club e squadre nazionali. Trofei vinti, tra cui anche un mondialeAvevo vinto tanto. Nonostante ciò, sentivo di poter dare ancora molto. Feci due mesi alla Sanremese  nella stagione 1986-87. Per rientrare nel mondo del calcio. Non fu però una buona esperienza, la Sanremese era prossima al fallimento. Feci quindi due anni a Brescia. Poi decisi di concludere la mia carriera da giocatore. Ed aprirne una nuova. Da allenatore

Ivano Bordon allenatore

Il calcio è la mia vita. Lontano dai campi di calcio non volevo stare. Finito di giocare, accettai l’invito di Gabriele Oriali che faceva il general manager alla Solbiatese. Mi voleva come giocatore ma preferii un’altra soluzione. Allenare i portieri. E così iniziò la mia nuova carriera. Rimasi quattro anni, per poi passare ad Udine, chiamato da Azeglio Vicini. Un anno ad Udine e poi a Torino, alla Juventus. Nello staff tecnico di Marcello Lippi. Lo avevo conosciuto nel 1974, prima dei Campionati Mondiali in Germania. Allora l’Inter era impegnata in una tournee in Messico. Lippi vi giocava, in prestito. Lo ritrovai poi quando arrivai a Genova, dove allenava la Primavera della Sampdoria”

Bordon-Lippi, sodalizio sportivo vincente

Torino nuova casa calcistica di Ivano Bordon. L’Inter, però, è sempre nel suo destino. “Correva l’anno 1994. Arrivai a Torino, in un momento nel quale la Juventus stava cambiando la dirigenza. Trovai una società molto organizzata. Fino ai minimi particolari. Con un allenatore, Marcello Lippi, capace di realizzare risultati straordinari. E’ un allenatore che sa leggere la partita e fare i cambi giusti. Rimasi a Torino cinque anni e poi altri tre, dopo un breve ritorno a Milano. Sponda Inter, ovviamente. A Torino, da allenatore, ho vinto tanto. A Milano le cose andarono diversamente. Quando Lippi arrivò all’Inter sembrava dovesse fare tutto. E forse l’Inter pensò che Lippi potesse rimettere tutto a posto. Eravamo comunque partiti bene, dopo cinque partite eravamo primi in classifica. Poi pian piano emersero i problemi. Qualcosa si ruppe. Marcello voleva lasciare. Ritornammo così alla Juventus”

Il sodalizio si tinge di azzurro, vittoria ai Mondiali di Germania 2006

Nel 2004 il nostro sodalizio sportivo continuò in Nazionale. Un sodalizio culminato nella vittoria della finale del Campionato Mondiale 2006 in Germania. Vinta contro una delle nostre rivali storiche, la Francia. Il mio secondo titolo mondiale. Ed un record personale che mai avrei pensato di raggiungere

Tante soddisfazioni, due record straordinari. Ivano Bordon nell’elite calcistica

La carriera calcistica mi regalato tante soddisfazioni. Ad oggi sono l’unico giocatore vivente ad avere vinto due Campionati del Mondo. Uno da giocatore, l’altro da allenatore. E dal 1979/80 detengo il record di imbattibilità nella storia dell’Inter. 686 minuti, due minuti in più rispetto a Lido Vieri, il mio maestro. Nel rispetto della grande tradizione interista

Riconoscimenti alla carriera

Ho provato una grande contentezza quando nel 2017 ho ricevuto dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano l’invito per l’assegnazione del Collare d’Oro. Onorificenza datami in qualità di giocatore che ha partecipato al Campionato Mondiale 1982. Una sorpresa, peraltro, per me e per tutti i miei compagni. Non ce l’aspettavamo dopo tanti anni. Ci emozionò. Fece una cosa bella. Mostrò ai tifosi italiani il riconoscimento dello Stato per quanto fatto allora. Così come nel 1978, quando ci insignì della stessa onorificenza per il quarto posto al Campionato del Mondo in Argentina

Una vita nel mondo del calcio, tanti i cambiamenti visti

“Ho avuto la fortuna di rimanere nel mondo del calcio fino a pochi anni fa. Ho vissuto i miei anni con pienezza. Da giocatore prima, e da allenatore poi, ho visto tutti i cambiamenti. Secondo me il calcio rimane un gioco bellissimo. Si è evoluto, come si è evoluto il mondo. Dal punto di vista del gioco è aumentata la fisicità. E quindi la velocità e la pressione in campo da parte dell’avversario.
Pochi giocatori dei miei tempi oggi potrebbero giocare. Roberto Boninsegna uno di questi. Certo
oggi attorno al mondo del calcio ruotano interessi molto più forti rispetto al passato. E’ inevitabile che certi equilibri siano cambiati. La Lega Gioco Calcio, per esempio, non ha più voce assoluta. Le nostre Nazionali ne pagano dazio. Con la conseguenza che anche i tifosi, oggi, hanno un diverso approccio al mondo del calcio

Nazionale in crisi, necessario ripartire dai giovani

La Federazione deve ricominciare dal settore giovanile. Non è possibile avere prime squadre con rose stracolme di giocatori stranieri. Giunti a questo punto tornerei a porre un limite alla presenza dei giocatori stranieri all’interno di una rosa. Al massimo tre. Per evitare che i giocatori italiani ne rappresentino l’eccezione. E  fornire alle squadre Nazionali i giocatori necessari per ricostruire squadre competitive che tornino a vincere. Non sarà facile, c’è molto da fare. Gestire i ragazzi oggi è senz’altro più complicato. Non solo per la presenza dei procuratori. Anche per gli esempi non sempre positivi che provengono dalla società attuale. E’ necessario ridefinire i  rapporti tra gli operatori del  settore, all’insegna di una maggiore semplicitàCon l’Italia che deve fare la sua parte e dare segnali forti all’Uefa. Per far sì che il futuro della Nazionale sia meno grigio

Inter e Nazionale, i portieri nel loro prossimo futuro

Chiaro il pensiero di Ivano Bordon sull’importanza del ruoli del portiere nel  futuro di Inter e Nazionale “Il ruolo del portiere nella storia della nostra Nazionale ha da sempre una tradizione molto positiva. Un autentico punto di forza. Adesso che Buffon come sembra lascerà la Nazionale, il giovane Donnarumma, insieme con Perin, potrà esserne un erede all’altezza. In considerazione dei tanti anni a disposizione per migliorare la propria tecnica ed il proprio bagaglio di esperienze. E diventare a livello internazionale uno dei portieri più forti al mondo. Come fu Walter Zenga. Ieri straordinario portiere nell’Inter e nella Nazionale, oggi allenatore dalle interessanti prospettive. Come Donnarumma può crescere, professionalmente parlando, tra i pali, Zenga può crescere seduto su una panchina. Fino ad ora Walter si è ben comportato, sia a Genova che a Crotone. Ha saputo gestire situazioni anche difficili. Ma può e deve fare meglio. Per diventare il futuro allenatore dell’Inter

 

 

 

 

 

 

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