La milanese Giada Cecchetto sul tetto d’Europa: tra biologia e volley
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Spesso gli sportivi vengono definiti poco colti o, peggio, ignoranti. Certamente non è il caso di Giada Cecchetto, milanese classe 1991 che in un anno ha conseguito la laurea in Biologia all’Università Statale prima di diventare campionessa d’Europa assieme a Pomì Casalmaggiore. Ecco le sue dichiarazioni rilasciate a “Il Giorno”:

Dottoressa Giada Cecchetto: perché Biologia?
«Ho sempre avuto la passione per le materie scientifiche, mi sono diplomata al Virgilio. All’inizio volevo fare fisioterapia, ma non ho superato il test. Ho scelto Biologia e non l’ho più mollata».

Come proseguirà gli studi?
«Mi interessa Scienze della nutrizione, ma devo essere sicura di avere il tempo. Vediamo dove giocherò l’anno prossimo. Se faccio una cosa voglio farla al 100%».

Passiamo al volley, come si è avvicinata a questo sport?
«Andavo a vedere mio fratello allenarsi alla Pro Patria. Un giorno mi fanno provare qualche bagher e dicono ai miei che sono portata. Ma ho cominciato solo a 11 anni, sempre alla Pro Patria. Da lì è partita la mia carriera in tutte le sezioni fino alla promozione in serie B con la Sanda di Brugherio, Monza, cinque anni fa. Ruolo: libero».

E si è iscritta alla Statale. Difficile conciliare i due mondi?
«Soprattutto nel 2011, quando mi sono trasferita a Bellinzona, in Svizzera. Ogni giorno due-tre ore di viaggio tra allenamenti o partite e università. Non una passeggiata. Infatti gli esami li devo darli tutti nelle sessioni estive, a fine stagione. Ancora più difficile quando sono andata a giocare a Corato, Bari. Le compagne mi mandavano gli appunti. Anche quell’estate mi sono uccisa di studio: 3-4 esami in una botta».

Intanto arriva la Pomì.
«Avevo già giocato a Casalmaggiore quando mancavano le ragazze impegnate con la nazionale. Quest’anno è stato un ritorno».

Quindi la laurea triennale.
«Con una tesi su biologia dello sviluppo e teratogenesi. Voto: “95’’».

E poi la Champions.
«Nella finale sono rimasta in panchina, ma ho dato il mio contributo durante la competizione. Come in Polonia contro la Chemik Police, match fondamentale per accedere alla final four. Partite male, l’abbiamo fatta girare: 3-1. Tra 6mila spettatori di casa».

Rispettosi?
«Chissà cosa dicevano…, ma nel volley il pubblico è pulito».

E i vostri tifosi?
«Straordinari, hanno dipinto di rosa lo stadio a Montichiari per la finalissima. Ogni punto una sofferenza, un’emozione. All’ultima palla caduta ci siamo catapultate l’una sull’altra tra urla e pianti».

Gioca anche per la Statale?
«Sono due anni che vinciamo la Top League. Finali contro Bicocca e poi Politecnico».

Per l’università lei è come la Piccinini per la Pomì?
«Francesca è una giocatrice di un altro livello. Nonostante questo, è molto umile, sempre pronta a dare consigli. La sua esperienza in Europa è stata fondamentale».

Un’impresa pazzesca?
«Abbiamo riportato l’Italia sul tetto d’Europa dopo sei anni vincendo 3-0 contro la blasonata VakifBank Istanbul. A Casalmaggiore in piazza c’erano tutti».

Più difficile la finale o la tesi?
«La pallavolo è la mia grande passione, è una gioia entrare in campo e vincere. La tesi non dovevo esporla, ma mi sono chiusa in casa per portarla a termine. Un sacrificio. Ma quando indossi la corona, sai di avere concluso un percorso importante nella vita».

News Reporter
Calabrese di nascita e milanese d'adozione, giornalista dal lontano 2001. Specializzato in ambito sportivo e appassionato del mondo dei videogiochi. Adora Kakà, innamorato da sempre di Van Basten, tanti anni divisi tra aule universitarie e campi di calcio l'hanno portato, alla fine, ad intraprendere il lavoro più bello del mondo. Quello del giornalista.

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