Milano, Via Giusti 9. La dove oggi c’è un cantiere, fino a qualche settimana fa sorgeva il Centro Pavoniano. Ai più giovani questo nome probabilmente dirà poco. A coloro invece che sono più maturi non può non evocare ricordi straordinari. La storia del Centro Pavoniano inizia nel 1957. Erano gli anni della ricostruzione. Per bambini e ragazzi del quartiere non esistevano alternative. Giocare nei vicoli con slalom tra le macchine parcheggiate e le macerie di case diroccate. Con il rischio di imbattersi in qualche gruppo di ragazzi di altri quartieri. Una possibilità non remota dalle conseguenze non sempre piacevoli. Il Centro Pavoniano con quel campo di pallacanestro all’aperto rappresentava per questi ragazzi un’attrazione irresistibile, unica alternativa ad una vita in strada. Divenne presto per loro il punto di raccolta. Sotto la guida severa ma umanissima di Fratel Brambilla, la vera anima di quel gruppo, e la guida tecnica di Arnaldo Taurisano, straordinario maestro di basket, si cementificò giorno dopo giorno la loro passione per questo sport d’oltreoceano. Ne sono passati tanti di ragazzi al Centro Pavoniano. Ne sono usciti uomini, alcuni di loro avviati verso una brillante carriera professionistica. Di seguito alcune testimonianze.

Centro Pavoniano, novità per i ragazzi del quartiere

Il Centro Pavoniano era la naturale prosecuzione della strada intrapresa dall’Istituto degli Artigianelli – racconta Carlo Recalcati L’istituto raggruppava i ragazzi orfani di Milano e provincia. Per i quali il Centro Pavoniano doveva rappresentare il punto di riferimento dopo l’attività scolastica. Dove trovare camere per dormire, una mensa per mangiare ed un’area ricreativa dove giocare. In quell’area ricreativa, all’aperto, dominava un campo di basket. Fino a quando non ho visto i canestri del Centro Pavoniano non sapevo neanche cosa fosse la pallacanestro. Il passaparola fu velocissimo. In poco tempo i ragazzi del quartiere affluirono numerosi

L’irresistibile fascino di una disciplina allora sconosciuta

Una parte del nostro quartiere – sottolinea Carlo Recalcati – era stato bombardato durante la guerra. Giocavamo nei vicoli facendo slalom tra le macerie e le macchine, per la verità ancora poche, parcheggiate. Non era inusuale andare a giocare in altri quartieri. E incrociare altri gruppi con i quali si finiva spesso a sassate. In questo senso, quel campo di basket che scoprimmo all’interno del Centro Pavoniano rappresentò per noi una novità assoluta che non potevamo assolutamente evitare” Unica alternativa ad una vita di strada “Siamo cresciuti dopo la guerra– aggiunge Gino Zambano, grande protagonista della prima leva “pavoniana” – E’ stato facile per noi  legarci alla pallacanestro. Una attrazione per noi irresistibile

L’incontro tra Fratel Brambillla ed Arnaldo Taurisano, nascono le prime leve cestistiche

Saremo sempre pavoniani afferma con fierezza Gino Zambano
che con Remo Pandolfi (entrambi ex giocatori in Serie B con Vigevano) e Vittorio Signorini partecipò alla prima leva cestisticaIl Centro Pavoniano ci ha tolto dalla strada e ci ha insegnato che con lo sport si possono fare tante belle cose. Tutto il movimento creatosi attorno al Centro Pavoniano aveva un unico comune denominatore: Fratel Brambilla. Una vera guida. L’incontro di Fratel Brambilla con un allora giovanissimo Arnaldo Taurisano, grandissimo allenatore di giovani, ha dato vita alla prima leva cestistica pavoniana. Un’autentica scuola di basket, dalla leva cestistica del Centro Pavoniano sono sempre usciti giocatori ben impostati. Lì abbiamo imparato cosa significhi giocare a pallacanestro. Perché Arnaldo Taurisano ha saputo insegnare, come pochi altri, la pallacanestro

Intere giornate sul campo di basket

In poco tempo il Centro Pavoniano si riempie di ragazzini del quartiere Chinatown. “Passavamo interi pomeriggi a giocare due contro due – raccontano Gino Zambano e Cesare Angeretti, cresciuti nel Centro Pavoniano sul finire degli anni ’50 – Per poi andare a giocare contro gli altri oratori. In palio un gelato od una bibita. Non avevamo grandi obblighi. Unico obbligo era il ritiro spirituale e la messa alla quale dovevamo essere presenti. Fratel Brambilla ci sorvegliava. Controllava che ci fossimo tutti. Se scantonavi rischiavi la panchina” I pomeriggi dei ragazzi del Centro Pavoniano trascorrono tra partitelle e serie infinite di tiri a canestro. Come nell’estate del 1958. “Quando – ricorda Carlo Recalcati – Fratel Brambilla ci assegnò il compito di fare 5000 tiri nel corso dell’estate. Per noi divenne un impegno da onorare a tutti i costi, un obbligo morale nei confronti di Fratel Brambilla. Il quale per essere sicuro che non facessimo i furbi ci obbligava ad essere sempre due. L’uno tirava, l’altro segnava i tiri effettivi. Un impegno, negli insegnamenti di Fratel Brambilla, era qualcosa da onorare fino in fondo, con serietà. Per noi ogni occasione era quindi buona per andare al campo a tirare. Alla fine di quella estate abbiamo fatto ben più del numero di tiri previsti”

Fratel Brambilla, l’anima del Centro Pavoniano

Non si può parlare del Centro Pavoniano a prescindere da Fratel Brambilla. Una personalità carismatica capace di coniugare profonda passione per il basket con la vocazione per l’educazione dei giovani. Viveva per il Centro Pavoniano, totalmente. Ad esso ha dato tutto il suo impegno con una presenza mai venuta meno. “Ho incontrato Fratel Brambilla nel 1956 – ci racconta Arnaldo Taurisano, fondatore del mini basket in Italia, allenatore delle squadre giovanili del Centro Pavoniano dal 1957 al 1961 –Fratel Brambilla era funzionario della casa editrice L’Ancora, la casa editrice dell’Istituto Artigianelli che aveva sede in Piazzale Maciachini. Il direttore religioso del Centro Pavoniano era allora Padre Stefanelli, grande appassionato di basket. Dal loro incontro nacque il progetto di costruire un centro con un campo di basket per raccogliere attorno ad esso i ragazzi del quartiere. Fratel Brambilla aveva la grande abilità di trasmettere ai ragazzi entusiasmo e dedizione al lavoro unitamente al senso di gratuità tipico degli ambienti religiosi. L’empatia subito creatasi tra Padre Stefanelli e Fratel Brambilla fu la chiave vincente per dare impulso al progetto. Grazie anche a quel campo di basket all’aperto, divenuto presto un punto di ritrovo anche per allenatori e giocatori delle squadre professionistiche. Il Centro Pavoniano ha fatto crescere tanti ragazzi, sia dal punto di vista tecnico che umano. Fino a farli diventare uomini. E dare loro un futuro. Da lì sono usciti uomini, professionisti, campioni. Ciò ci inorgoglisce profondamente” Fratel Brambilla chiedeva ma sapeva anche dare, con generosità “Avere una maglia ed una divisa per quei tempi era un lusso – sottolineano Gino Zambano e Cesare Angeretti – Con il massimo impegno, ogni qualvolta era  possibile, metteva in cassa qualcosa. Per non farci mancare niente, dalle scarpe alle maglie sia invernali che estive.

Il richiamo del campo di basket vince su tutto

Avevo diciassette anni quando sono arrivato al Centro Pavoniano nel 1958 – ci racconta Cesare Angeretti, pavoniano dal 1958 al 1960 e successivamente allenatore di Candy Brugherio – Il Centro Pavoniano aveva già una squadra di Prima Divisione della quale eravamo tutti ammirati per il gioco che sapevano esprimere. Anche noi volevamo farne parte. Così, dopo un anno di categoria juniores, passammo anche noi nella Prima Divisione. Fu il punto di partenza perla nostra avventura nel mondo del basket” L’ammirazione si trasferisce la domenica pomeriggio sugli spalti del campo dell’Olimpia Milano. “Quando abbiamo iniziato a giocare – racconta Carlo Recalcati – dividevamo le nostre giornate tra gli allenamenti infrasettimanali, la nostra partita della domenica mattina e quella dell’Olimpia Milano, allora Simmenthal,  nel pomeriggio. Quella squadra giocava allora in un padiglione della Fiera Campionaria nel quale si svolgeva anche la Sei Giorni ciclistica. Era quello il momento nel quale ognuno di noi identificava il giocatore del quale ripetere le gesta nelle partite del Centro Pavoniano. Per me ad esempio era Sandro Riminucci. La nostra passione per il basket intanto cresceva, giorno dopo giorno. Merito anche della presenza costante di Fratel Brambilla. Impossibile sfuggirgli. Se a qualcuno del quartiere fosse balenata l’idea di fare un altro sport che non fosse il basket, se la doveva vedere con lui. Quello che sopportava meno erano le nostre fughe al Cinema Rosa, il cinema del quartiere. Dove proiettavano due film. Uno dei due era un poco spinto. Almeno per quei tempi. Mentre noi facevamo allenamento, Fratel Brambilla andava negli spogliatoi per cercare nelle tasche di pantaloni e giubbotti i biglietti del cinema” Un tormento per Fratel Brambilla, una sicurezza per i genitori dei ragazzi del Centro Pavoniano. “Il biglietto del Cinema Rosa costava 100 lire – racconta Gino Zambano – Ci andavamo con il beneplacito dei genitori che almeno ci sapevano non essere in giro per strada. Il problema era il tempo che ci trascorrevamo, anche tutto il pomeriggio. Quando ne uscivamo avevamo gli occhi gonfi. Se Fratel Brambilla non ci vedeva giocare, prendeva il suo motorino e ci veniva a cercare al cinema. Alla fine la passione per il basket risultò ben più forte del richiamo del cinema. Ed iniziammo a trascorrere i nostri pomeriggi a giocare in quel campo all’aperto, per tornarvici subito dopocena

Il torneo estivo serale del Centro Pavoniano, appuntamento fisso delle estati milanesi

La passione di Fratel Brambilla per il basket produsse qualcosa che in poco tempo diventò un appuntamento fisso per tutto il mondo del basket: il torneo serale estivo. Un momento imperdibile per tutti gli appassionati. Punto di incontro della quintessenza del basket, non solo milanese. Squadre professionistiche, giocatori di Serie A, star statunitensi di passaggio a Milano, allenatori e dirigenti sportivi. Non era raro vedervi Joe Isacc o Kareem Abdul Jabbar. E Sandro Gamba venirsi ad allenare interi pomeriggi sul campo del Centro Pavoniano. “Tutti gravitavano attorno a quel torneo che oramai era divenuto il ritrovo sistematico serale delle estati milanesi – conferma Cesare Angeretti– Un torneo che ha reso famoso il Centro Pavoniano” Ragazzi del Centro Pavoniano e giocatori professionisti, tutti insieme. Mescolati tra loro senza distinzione alcuna.  “Noi che eravamo cresciuti lì – ricordano Gino Zambano e Carlo Recalcati – abbiamo cominciato a giocare in quel torneo mischiandoci insieme agli altri. Facevamo anche noi parte di quello che era l’evento milanese per eccellenza nel mondo del basket. Erano anche le prime volte che Sandro Gamba veniva a tirare al campo del Centro Pavoniano con i nuovi palloni americani. Per noi vedere dal vivo e passare la palla tra un tiro e l’altro a un giocatore che ammiravamo la domenica pomeriggio era un’autentica, irripetibile emozione

Nuove generazioni di giovani, Fratel Brambilla presenza costante

Siamo cresciuti nel Centro Pavoniano, fino ad avere le prime offerte dalle squadre professionistiche – raccontano Carlo Recalcati e Cesare Angeretti – E piano piano tutti noi della prima leva cestistica abbiamo lasciato il Centro Pavoniano per intraprendere ognuno la propria strada. Chi per fare l’allenatore, chi per avviarsi ad una carriera da giocatore professionista. Fratel Brambilla ha continuato ad educare giovani ai quali trasmetteva la sua infinita passione per il basket. Altri ragazzi sono arrivati dopo di noi, altre squadre sono state costruite. Ma Fratel Brambilla era sempre lì

Spirito pioneristico, fiore all’occhiello del Centro Pavoniano

Ho frequentato il Centro Pavoniano dal 1972 al 1977 – dice Marco Vittorelli, ora presidente del Varese Basket – Sono stati cinque anni importantissimi per la mia formazione, sia tecnica che umana. Soprattutto utili per appassionarsi allo sport della pallacanestro. Una passione emersa grazie alla presenza di allenatori che credevano veramente in ciò che facevano. Altri oratori si impegnavano nella costruzione di squadre giovanili ma quello del Centro Pavoniano era un ambiente diverso da tutti gli altri. Perché diverso era lo spirito che lo caratterizzava. Mentre gli altri giocavano al coperto, noi giocavamo all’aperto. Mentre gli altri avevano mezzi che consentivano loro di presentarsi con belle divise, noi giocavamo con lo stretto necessario per apparire comunque dignitosi. Eravamo più garibaldini, in un certo modo. Ma proprio questo spirito garibaldino era alla base di quello spirito di corpo che ci contraddistingueva da tutti gli altri. Meno fortunati ma molto più convinti. Tanto da ben figurare nel torneo estivo ormai diventato un appuntamento fisso del basket nazionale. C’era al Centro Pavoniano una passione che andava al di là di ogni distinzione ed accomunava tutti, dal campionissimo di serie A fino all’ultimo arrivato. Un ambiente che emanava fiducia a tutti, accoglieva a braccia aperte chiunque. La porta era sempre aperta, per tutti. Da centro di quartiere a punto di riferimento per tutto il basket, non solo milanese. Uno spirito pioneristico protrattosi nel tempo. Lo spirito pioneristico, il nostro fiore all’occhiello

Divertimento puro, condivisione totale

“Venivo da una esperienza importante con la Simmenthal Milano – racconta Pietro Colnago,“pavoniano” dal 1973 al 1977 con trascorsi nelle giovanili dell’Olimpia Milano nella famosa “banda del 58” e girovago tra Serie A e Serie A2 – La mia idea era studiare e poi fare pallacanestro. Come divertimento. Questo modo di concepirla si era affievolito.Troppa pressione. Nel campo oratoriale vicino a casa avevo sentito parlare alcuni ragazzi del Centro Pavoniano. Incuriosito, ci sono andato. Ho trovato una realtà tutta diversa. Un campo all’aperto, situazioni molto più genuine. Era divertimento puro, sensazione per me completamente nuova. Mi sono trovato a vivere una realtà completamente diversa. A fianco di giocatori come Tassani e Musetti. Giocatori che avevano militato nell’Olimpia Milano e nella Candy Brugherio. E sperimentare una condivisione della vita del Centro Pavoniano pressoché totale. Voi siete qui per giocare e per divertirvi, ci diceva Fratel Brambilla. Ma se c’era qualcosa da fare eravamo noi a doverlo fare. Su questo  Fratel Brambilla era inamovibile” Fratel Brambilla sapeva però bilanciare severità e capacità di coinvolgimento dei ragazzi. “Durante la stagione –specifica Cesare Angeretti – Fratel Brambilla organizzava sedute di respirazione diaframmatica, yoga, preparazione fisica. Un impegno duro che lui sapeva gratificare con momenti ludici che andavano dalle gite fuori Milano alla enorme tavolata organizzata a conclusione della stagione, immediatamente prima dell’inizio del torneo estivo serale

Cardine dello sport milanese, in cima agli interessi dei grandi del basket

“Il Centro Pavoniano era rispettato da tutti – continua Pietro Colnago – come una delle società che meglio faceva crescere i giovani. Chi aveva frequentato il Centro Pavoniano era come avesse frequentato una vera e propria scuola. Scuola non solo di sport. Non eravamo lì per vincere i campionati ma per diventare uomini. Un poco alla volta. Fratel Brambilla ci stimolava continuamente. E grazie a lui siamo cresciuti. Abbiamo vinto molto, nei nostri sogni la prima squadra che allora faceva la promozione. Il torneo serale estivo concludeva la stagione. Un evento incredibile al quale partecipavano tutti. Dal Simmenthal campione d’Italia alle squadre statunitensi. Erano tutti lì. Quando c’era il torneo estivo non riuscivi quasi ad entrare da tante persone erano presenti sulla strada. Il Centro Pavoniano è sempre stato uno dei cardini dello sport milanese. Ci si identificava con il Centro Pavoniano, era in cima agli interessi. Una vetrina importantissima, attorno a quel torneo estivo girava un mondo

Etica del sacrificio, Fratel Brambilla mental coach

Giocavi al Centro Pavoniano solo se avevi dei valori – sottolinea Pietro Colnago – La bravura veniva dopo. Per essere un giocatore del Centro Pavoniano dovevi condividere l’idea di sacrificio che Fratel Brambilla trasmetteva ogni giorno. Chi non aveva la stessa idea di sacrificio si è perso. Ai tempi si giocava con le scarpe di tela,le docce erano inesistenti. Giocavo con le scarpe Superga che regolarmente dopo tre partite all’aperto si spaccavano. Finita la partita mi lavavo nei lavandini lunghi. Scarpe come quelle dei giocatori del Simmenthal e docce sarebbero arrivate più tardi, da professionista. Nel frattempo spalavamo la neve prima di giocare. Anche in quella giornata di dicembre nella quale abbiamo battuto i cadetti dell’Olimpia Milano, la squadra dove avevo giocato l’anno prima. Eravamo mentalizzati. Chiunque dovessimo affrontare la nostra carica era sempre totale. Non mollavamo mai, a prescindere da vittorie e sconfitte. Prima di mollare dovevamo avere dato tutto. Con Fratel Brambilla sempre pronto a spronarci con una pacca sulla spalla. Si poteva anche perdere. Non perché qualcuno si fosse tirato indietro ma perché gli altri erano stati semplicemente più bravi. Nell’insegnamento di Fratel Brambilla non eravamo noi a dover battere i più forti mai più forti a dover dimostrare di essere tali. Non importa se vincete o perdete, ci diceva Fratel Brambilla, se cadete vi rialzate e continuate, senza scorciatoie. Una persona assolutamente carismatica, mai visto una persona di tale spessore. Una persona unica, dalla dimensione umana enorme. Non ci potrà mai essere nessuno come lui

Fratel Brambilla, un legame senza fine con i suoi “ragazzi”

“Fratel Brambilla non ha mai visto una partita dal campo – continua Pietro Colnago – Stava negli spogliatoi, capiva dai rumori cosa stesse succedendo. Se sentiva qualcosa che non gli piaceva saliva le scalee prendeva per l’orecchio il responsabile. Fosse stato anche un avversario. Su quel campo bisognava comportarsi in una certa maniera, non ce n’era per nessuno. E nessuno si permetteva di dire qualcosa, Fratel Brambilla era autorizzato a fare tutto. La sua presenza però non si limitava a quanto succedeva all’interno del Centro Pavoniano. Non era raro vederlo girare per le vie di Milano sul suo inseparabile motorino per controllare cosa combinavamo una volta fuori dal Centro. D’estate come d’inverno. Anche dopo che ognuno di noi aveva preso la propria strada. Un legame che non conosceva fine”

Il Centro Pavoniano nel cuore, un’emozione sempre viva

Gli anni passati nel Centro Pavonianoconclude Pietro Colnagosono stati importantissimi. Mi hanno fatto crescere, utilissimi per la mia carriera da professionista” Il distacco dal Centro Pavoniano non è mai stato totale per Pietro Colnago che a stento trattiene l’emozione.Quando sono arrivate le prime offerte sono andato da Fratel Brambilla a comunicargli la mia decisione di andare via. Lui sapeva già tutto. Aprì il cassetto e tirò fuori una maglia azzurra. Era la maglia che Carlo Recalcati gli aveva regalato dopo le Olimpiadi. E lui la stava regalando a me, non avrei mai pensato ad un tale gesto. Il motivo? Incoraggiarmi. Perché era convinto che se avessi continuato sulla strada intrapresa sarei diventato un giocatore. Un incredibile atto di stima. Anche anni dopo, dovunque abbia giocato, a qualsiasi livello, ho sentito questo legame con il Centro Pavoniano. Con la testa e con il cuore ero sempre lì. Ho sempre pensato da dove arrivavo. Non giocavo più quando Fratel Brambilla mi chiese la disponibilità di allenare le squadre giovanili del Centro Pavoniano. Accettai. Anche se quella non era la mia naturale inclinazione. Ma non si poteva dire no a Fratel Brambilla. Perché quello che ero ed ero stato, lo dovevo al Centro Pavoniano. E a Fratel Brambilla, personaggio inimitabile

Francesco A. Bellini
elcipe21@gmail.com

2 thoughts on “Il Centro Pavoniano non esiste più, da lì è passata la quintessenza del basket”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.