Dino Meneghin: i giovani risorsa imprescindibile per rilanciare il nostro basket

Dino Meneghin, un monumento del basket nazionale. Una carriera strepitosa costellata da un numero straordinario di successi. E la Nba sfiorata due volte. Esempio di longevità sportiva, da quattro anni cura le relazioni internazionali della Federazione Italiana Pallacanestro, dopo esserne stato Presidente Onorario. Con lui abbiamo fatto un’analisi a tutto tondo della attuale situazione della nostra pallacanestro. Con qualche flashback personale. Memore della sua lunga esperienza e degli insegnamenti ricevuti, ci parla di potenzialità del movimento cestistico e difficoltà economiche e culturali da superare. Della esasperata competitività di un movimento che rischia di stritolare i talenti emergenti e non manca di esortare presidenti e allenatori ad avere più coraggio e fiducia nei giovani. E dare a loro il tempo per esprimersi al meglio. Perché dai giovani, risorsa imprescindibile per il futuro della nostra pallacanestro, bisogna ripartire. Per andare oltre la legge dei risultati.  

L’incitamento di Dino Meneghin a presidenti ed allenatori

Abbiamo un buon settore giovanile – ci dice Dino Meneghin – A livello internazionale otteniamo ottimi risultati, sia con le rappresentative maschili che femminili. La ricerca di nuovi talenti, nelle serie maggiori, è oltremodo spasmodica. Ci scontriamo però con le difficoltà economiche che costantemente devono affrontare le società medio-piccole. Sempre più difficile reperire le risorse economiche per farle funzionare. E garantirne la sopravvivenza, elemento fondamentale per alimentare la crescita dei giovani e dell’intero movimento cestistico. Società, sponsor, tifosi e addetti ai lavori, da parte loro, pretendono risultati. Senza attendere la crescita dei talenti. Perdere una partita oggi è un danno economico enorme. E il tempo degli esperimenti nel mondo professionistico non c’è più. Gli allenatori hanno paura di perdere il posto di lavoro e le società non prendono rischi. I giovani fanno fatica ad emergere. Con opportunità ridotte al lumicino, a risultati acquisiti. Fare esperienza per loro è diventato molto difficile”

La pallacanestro femminile, un’occasione per rilanciare l’intero movimento

Pallacanestro maschile e femminile sono mondi paralleli – prosegue DinoQuella femminile, dal canto suo, ha un buonissimo movimento. Hanno validissimi tecnici che lavorano molto bene. Guardo le loro partite in televisione e ho trovato negli anni una crescita costante. Sotto l’aspetto tecnico e tattico. Trattamento della palla, visione di gioco, contropiede. Rispetto a quando giocavo, la loro pallacanestro è diventata più veloce, spumeggiante, tecnica. Rimane però il problema della comunicazione. Se ci fosse la possibilità di far conoscere quanto è bello il movimento femminile a tutti coloro che non la conoscono o non la frequentano l’intero movimento ne gioverebbe. E sarebbe meno difficile avvicinare le ragazze alla pallacanestro. Tendenzialmente poco propense al contatto fisico, per loro la pallacanestro è divertimento. Paga dazio la carriera, spesso breve”

Serve più tempo, il lavoro paga

Per la pallacanestro ci vuole tempo. Una cosa che nella pallacanestro odierna manca. I giovani devono allenarsi molto di più rispetto ai miei tempi. Solo così possono dimostrare le loro qualità e farsi apprezzare. Per giocare a basket a livello professionistico oggi è necessario essere consapevoli delle enormi difficoltà della situazione attuale. Invito i giovani a non demordere. Il lavoro paga, sempre. Lo hanno dimostrato i nostri giovani di un recente passato. Da Pietro Aradori a Andrea Bargnani, da Marco Belinelli a Luigi Datome, da Nicolò Melli a Danilo Gallinari e Alessandro Gentile. Ragazzi dal grandissimo talento che hanno comunque lavorato tantissimo per raggiungere i livelli che conosciamo. Figli di questa mentalità competitiva hanno saputo ricavarsi gli spazi con grande personalità”

Lanciare i giovani senza paura, Bogdan Tanjevic l’esempio da seguire

Dai giovani c’è molto da imparare. Vogliono arrivare, il loro impegno negli allenamenti è altissimo. Sono uno stimolo costante per stare al passo, ti costringono a superare ogni fatica. Anche quando l’età anagrafica non è più dalla tua parte. Come è successo a me quando sono arrivato a Trieste nel 1990. Avevo quarant’anni e l’allenatore era Bogdan Tanjevic. Mi affidò il ruolo di chioccia di un gruppo di giovani ai quali dare consistenza ed esperienza. Alessandro De Pol, Gregor Fucka, Dejan Bodiroga, giovani emergenti dal grandissimo talento sui quali Bogdan Tanjevic volle scommettere. Come, a suo tempo, aveva scommesso su Nando Gentile e Vincenzo Esposito. Il tempo e i risultati gli hanno dato ragione. Innegabile che Bogdan Tanievic avesse una visione dei giovani diversa da tutti gli altri. Non aveva paura a buttare in campo i giovani. Anche se ciò voleva dire mettere a rischio la carriera”

Lavorare sul talento, base per una grande carriera

“La prima volta che ho giocato contro mio figlio Andrea – ricorda sorridendo Dino Meneghin – ero a fine carriera. Lui invece esordiva nella Pallacanestro Varese. Io avevo quarant’anni, lui sedici. Un episodio sensazionale testimoniato anche dalla televisione israeliana. Durante il riscaldamento, lo osservavo. Appariva tranquillo, indifferente della mia presenza. Io invece ero in preda all’ansia, curioso di vedere come si sarebbe comportato in campo. In quel momento non ero un avversario. Ero il papà trepidante per l’esordio del proprio figlio. In campo mi avrebbe dimostrato che la mia ansia era immotivata. Andrea era sceso in campo per giocare, senza guardare in faccia a nessuno. In una loro azione d’attacco venne sotto canestro per strapparmi il rimbalzo. Ebbi un moto d’orgoglio. E mi resi conto che per me era giunto il momento di passare il testimone. La sua carriera è la prova che se lavori sul talento i risultati arrivano 

Nba, altra cultura cestistica

6 settembre 2003, il riconoscimento più bello per Dino Meneghin. Entra nella Hall Of Fame Nba, l’Olimpo del basket. “Il mio nome appare nella Hall of Fame italiana, europea, mondiale e dell’Nba- racconta Dino – Riconoscimenti che gratificano perché vengono dati dopo qualche anno dalla fine della carriera professionistica. Vuol dire che qualcosa ho lasciato” Le emozioni fanno breccia nel racconto. “La premiazione di Springfield, il ricordo più bello. Fui il terzo cestista italiano ad entrare nella Hall of Fame Nba, dopo Cesare Rubini e Sandro Gamba. Il primo come giocatore. Quel giorno ogni cosa fu straordinaria. Mi accompagnò Dan Peterson. Sul palco mi presentò Bob McAdoo, già nella Hall of Fame. In platea Kareem Abdul Jabbar, Magic Johnson, Larry Bird. Roba da togliere il fiato. La cosa incredibile è che mi hanno fatto sentire uno di loro, trattato alla stregua dei più grandi giocatori. Nonostante la maggior parte di loro non mi conoscesse

Nba oggi vetrina per i giovani di talento,un tempo miraggio a volte solo sfiorato

Nba, due volte sfiorata da Dino Meneghin. “Durante la premiazione ho conosciuto Martin Blake, general manager degli Atlanta Hawks negli anni ’70. Non lo conoscevo, scoprii proprio quella sera che allora mi aveva scelto per giocare con loro. Incredibile, ero stato una scelta dell’Nba e neanche lo sapevo. In quegli anni l’Nba era fantascienza. Qualche filmato, qualche fotografia e i racconti dei giocatori statunitensi che venivano a giocare in Italia. Niente più. Il trasferimento non si sarebbe comunque fatto perché lui cambiò poi franchigia e la cosa non ebbe mai sviluppo. Nel 1974 ricevetti la lettera dei New York Knicks con l’invito a giocare la Summer League. Mi ero appena rotto il menisco e non potei partecipare. Ancora una volta un’occasione mancata. Ma forse era destino. Allora ero a Varese, dove stavo benissimo. Così bene che da lì a qualche anno si sarebbero aperte per me le porte dell’Olimpia Milano”

Il gruppo, arma vincente per raggiungere i grandi risultati

“Arrivai a Milano nel 1980 quando militavano Mike d’Antoni, John Gianelli, Vittorio Gallinari, Franco Boselli, Vittorio Ferracini. Un gruppo che mi è piaciuto subito tantissimo perché era soprattutto un gruppo di amici. E aveva tanta voglia di vincere. Due allenamenti al giorno poi la sera a casa di uno o dell’altro per passare il tempo a chiacchierare, giocare a carte e berci una birra. Come fanno tutti. Bastava stare bene insieme, senza invidie e gelosie. Una sintonia che si trasferiva sul campo. Nessuno a fine della partita andava a vedere i numeri per sventolare quanto fosse stato bravo. L’importante era che la squadra avesse vinto. Il merito di questo clima tra di noi era dell’allenatore Dan Peterson e del suo vice Franco Casalini”

Andare oltre l’età

“Dan Peterson e Franco Casalini sapevano motivare la squadra senza mettere pressione. E assumersi responsabilità e colpe, anche non proprie. Non ho mai sentito Dan Peterson accusare qualcuno di avere sbagliato. Le colpe erano sempre le sue. Anche quando non era così. Per lui esisteva solo la squadra. La squadra vinceva e la squadra perdeva. Non faceva mai sentire qualcuno colpevole. Come è giusto che sia. A Dan Peterson devo la mia seconda giovinezza. Arrivai a Milano trentenne, mi davano finito. Io stesso pensavo di fare ancora un anno e poi chiudere con la carriera professionistica. Lui mi ha dato la mentalità di guardare oltre l’età. Mi ha fatto capire quanto avrei potuto ancora dare e fare per la squadra. Ho finito per trascorre dieci anni a Milano. Bellissimi, indimenticabili”

Dino Meneghin e i giovani

A Trieste, ormai quarantenne, ho vissuto tre anni incredibili nei quali ho respirato l’entusiasmo di un gruppo di giovani straordinari con i quali ho rivissuto le emozioni dei miei primi anni di carriera. In loro mi riconoscevo quando avevo la loro età. Lavoravano come pazzi, così come facevo con i miei compagni quando ero diciottenne. Mi immedesimavo in loro. Non fu difficile mettersi a loro disposizione. E creare una sintonia sfociata in amicizia e stima reciproca che a me consentì di superare l’impegno fisico e a loro una iniziale timidezza nei miei confronti. Divenni rapidamente uno di loro. E li vidi crescere e diventare campioni

La ricchezza degli insegnamenti, fonte di crescita continua

Non avrei fatto la carriera che ho fatto se non avessi avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie. A cominciare da Nico Messina, il mio scopritore. Mi ha comunicato l’entusiasmo e la passione per ciò che si fa. Stefan Nikolic, a Varese, mi ha insegnato a giocare con personalità. Massima concentrazione e impegno costante. Tanto lavoro sui fondamentali e tanta fatica anche negli allenamenti. Perché il lavoro serio paga. Giancarlo Primo, in Nazionale, mi ha trasmesso l’aggressività nel gioco difensivo. Sandro Gamba invece ha portato una visione diversa del gioco. Contropiede e coinvolgimento di tutti i giocatori, in stile Nba. Dan Peterson a Milano e Bogdan Tanievic a Trieste, mi hanno regalato la seconda e terza giovinezza. A Milano ho imparato ad andare oltre l’età, a Trieste ho imparato condividere un percorso a fianco di un gruppo promettente di giovani. Dai quali bisogna partire, sempre

News Reporter

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa i cookie. Continuando a visitare queste pagine accetti la nostra Cookie Policy. Leggi di più

Questo sito abilita l'utilizzo dei cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Se vuoi saperne di più sull’utilizzo dei cookie nel sito e leggere come disabilitarne l’uso, leggi la nostra informativa estesa sull’uso dei cookie.

Chiudi