Inter: De Boer e il gruppo marcio
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Sputare nel piatto dove si mangia raramente è positivo, figurarsi se sei Frank De Boer e parli dei tuoi 84 giorni all’Inter. Che il tecnico olandese non abbia passato un periodo eccelso in nerazzurro è noto: poco più di due mesi, 14 gare con cinque vittorie, due pareggi e sette sconfitte: “Avevo a che fare con un gruppo marcio, non mi è stato permesso di buttare fuori alcuni giocatori” ha ribadito l’attuale allenatore dell’Atlanta, formazione della MLS americana. 

De Boer e il gruppo marcio dell’Inter

Il gruppo sarà stato anche marcio, ma di certo De Boer ci ha messo del suo; peccato, perché le attenuanti c’erano tutte: come le dimissioni improvvise di Mancini e i tempi stretti tra il suo arrivo e l’inizio della stagione ufficiale; ma è chiaro che se in 14 gare passi in svantaggio 10 volte, vuole dire che qualcosa non funziona. Furono 84 giorni di passione per il tecnico, accompagnato alla porta dopo il ko contro la Sampdoria del 30 ottobre (1-0):Volevo cambiare l’intera struttura e la cultura – racconta a Voetbalzone – perché quel club non aveva vinto nulla per molto tempo. Se vuoi causare un cambiamento, devi fare le cose all’inizio. Forse volevo essere troppo amico di tutti”. 

Doveva buttare fuori qualche giocatore

Gruppo marcio, voglia di cambiamento: all’Inter l’unico ricordo positivo, tra figure barbine come la vittoria a San Siro degli israeliani dell’Hapoel Beer Sheva, il successo sulla Juventus (2-1). Un po’ poco per “causare il cambiamento”. Come pochi sono stati i 77 giorni alla guida del Crystal Palace (quattro ko e zero gol realizzati) “Avevo un presidente che si sedeva troppo in panchina”, ricorda De Boer. Che dal 23 dicembre scorso (90 giorni, un record visti i suoi recenti precedenti) è alla guida dell’Atlanta United. Ma forse, a Milano, il problema era il gruppo marcio.

News Reporter
Calabrese di nascita e milanese d'adozione, giornalista dal lontano 2001. Specializzato in ambito sportivo e appassionato del mondo dei videogiochi. Adora Kakà, innamorato da sempre di Van Basten, tanti anni divisi tra aule universitarie e campi di calcio l'hanno portato, alla fine, ad intraprendere il lavoro più bello del mondo. Quello del giornalista.

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