Coronavirus: Giacomo Querzola, dai Seamen Milano all’ospedale di Cremona “Siamo in guerra, situazione tragica. Restate a casa”
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“Non sono un eroe”. Ha le idee ben chiare, Giacomo Querzola. Lui che, da running back che ha vestito le maglie dei Rhinos Milano e, più recentemente, dei Giants Bolzano, quest’anno avrebbe dovuto iniziare il suo percorso con i Seamen Milano. L’emergenza coronavirus ha bloccato tutto e Giacomo, allora, ha deciso. Il suo tempo e la sua professione l’hanno gettato nella trincea dell’ospedale Maggiore di Cremona: “Sono abbastanza devastato, stanco morto – ci confessa – oggi (il giorno dell’intervista, ndA) ho finito alle 16 e finora sono rimasto in dormiveglia per oltre due ore”.

Giacomo Querzola, ci spiega cosa fa e dove lo fa?

“Sono neurologo specializzando all’ospedale Luigi Sacco di Milano, attualmente in prestito alla medicina d’urgenza e al Pronto Soccorso dell’ospedale Maggiore di Cremona per ovvi motivi d’emergenza”.

È strano pensare ad un giocatore di football americano, che nell’immaginario comune è grosso e cattivo, far parte degli eroi di oggi…

“Non mi ritengo un eroe per il lavoro che faccio, mi ritengo di essere stato e di essere una persona molto fortunata. Perchè svolgo la professione che amo ed è merito mio, certamente, della mia tenacia. Ma anche della fortuna, che bisogna sempre avere. Il football? Gioco sempre duro, determinato e al 100%. E descritta così non vedo tante differenze tra il football americano, la medicina e la vita in generale. E questa è la filosofia di Giacomo Querzola”.

Ci dice una cosa che l’ha particolarmente colpita della sua attività in ospedale?

“Le cose che più mi hanno colpito sono l’equipe di lavoro e la situazione in generale. Basti pensare ai numeri del fenomeno; nel reparto ci sono dieci posti letto e attualmente abbiamo 28 pazienti. Appena c’è una dimissione, in meno di un’ora il posto letto è riempito con altri pazienti del pronto soccorso. E poi i medici, tutti super disponibili con me. Mi hanno, affiancato per qualche giorno, per rendermi autonomo nell’attività clinica. Poi ho dovuto camminare con le mie gambe. C’è gente in ballo da 36 giorni, dall’annullamento delle ferie del 20 febbraio imposto dalla direzione medica per l’inizio dell’ondata Covid è divenuto un inferno. Alcuni medici e operatori sanitari hanno toccato punte 31, 32 giorni di fila senza mai uno di stacco. Metà medici sono in malattia per Covid con sintomi e prognosi buona, alcuni sono tornati anche a lavorare dopo un periodo di malattia. Non è una situazione facile e mi viene da dire che è ben più tragica di quanto non lo si descriva da fuori. In Italia la percentuale di mortalità è ben più alta di quella registrata in Cina, non penso per meriti cinesi o demeriti nostri ma semplicemente perché chi entrava in pronto soccorso in Cina già spacciato non gli eseguivano nemmeno il tampone. E quindi non sono stati registrati come Covid, cosa che permetteva al tasso di mortalità di scendere di molto. Per loro alla fine si è attestato intorno 2,5%, per noi è tre volte più alto”.

Adrenalina e stanchezza, mix micidiale…

“Si tratta di un’attività molto stimolante, in cui vedi veramente quanto bene puoi fare al paziente. Quanto puoi fare la differenza nella prognosi. E quindi per ogni paziente che va male ce ne sono altri che invece vengono dimessi al proprio domicilio in benessere. Gente che puoi svezzare dalla ventilazione non invasiva, che vengono estubati e altro. Sono tanti. Il problema è che i ricoveri non sono con la tempistica a cui siamo abituati, che in pochi giorni riescono ad essere dimessi, ma sono pazienti che stanno settimane in ospedale. Questa è la più grande criticità”. 

Il momento più bello per Giacomo Querzola, invece?

“Le dimissioni. Dopo che ti spacchi la schiena e vedi la gente dimessa al proprio domiclilio, in salute. Soprattutto perché sono pazienti che soffrono e hanno bisogno, oltre che del lavoro clinico, anche di quello umano. Che gli è negato visto che per ovvi motivi di contagio è impossibile la visita parenti. E poi l’accoglienza delle persone non ospedaliere di Cremona, C’è una famiglia, proprietaria di un albergo che mi ha trovato un appartamento di fronte all’ospedale. Fanno una sacco piccole cose e, visto che vivo in ospedale, mi fanno trovare la spesa, spesso la mattina la colazione, brioche, paste… e mi permettono di usare i loro computer per il mio lavoro e per studiare”.

Football giocato: spiace che la stagione sia ancora in dubbio? Pensa sia la scelta giusta?

“Penso assolutamente sia la scelta corretta, non c’era altra soluzione possibile. Il calcio, dove girano tanti soldi, ci deve insegnare come alcuni errori siano stati commessi. Soprattutto nel continuare a permettere di giocare partite in periodi di non sicurezza. Penso ad esempio alle partite di Champions, si stima che migliaia di casi potevano essere evitati. Un altro esempio è il rugby, che in questi giorni ha decretato la sospensione e l’annullamento del campionato. Lo reputo giusto e condivisile, come giusto è sospendere anche nel football americano. Non ritengo giusto procrastinare la decisione su un eventuale annullamento o spostamento più avanti del campionato. Ma non biasimo chi deve fare queste scelte, anche perché la stessa comunità scientifica brancola nel buio nel fare una previsione su quando ci sarà il picco e il conseguente decremento dei contagi”.

Però non poter giocare è dura, anche per Giacomo Querzola…

“Dal punto di vista soggettivo sono molto dispiaciuto che  questa crisi sia coincisa esattamente con l’inizio del nostro campionato. Non vedevo l’ora di cominciare questa nuova avventura con i Seamen Milano, che mi cercavano da diversi anni. Sono molto contento della scelta fatta, del coaching staff e della squadra. Aspetteremo la fine dell’emergenza sanitaria, poi torneremo a parlare di football. Ora i problemi sono altri, la gente muore in ospedale”.

La famiglia Seamen Milano come ha accolto questo suo impegno sociale?

Non ho comunicato la mia decisione a nessuno fuori dal lavoro, perché penso che questa fosse personale e professionale e che fare qualcosa per gli altri, in più rispetto al normale, sia attività da svolgere in silenzio. Certo l’ho detto agli amici più stretti e ai colleghi del Sacco. E appena l’hanno saputo anche quelli del mondo football americano mi hanno sempre dimostrato grande supporto nella mia decisione e nella mia avventura”.

In conclusione, che messaggio vuole lanciare alle persone?

“Il messaggio che vuole lanciare Giacomo Querzola è semplice. State a casa, stringete i denti, riscoprite passioni o cose che non pensavate di avere tempo di poter fare. So che non è facile, vi pervade un senso di vuoto, tristezza e depressione. Ma è necessario avere ancora qualche settimana di pazienza. Siamo in guerra, nonostante molti dicano il contrario, e non stiamo combattendo solo noi medici, infermieri, operatori sanitari. Ma tutti, ognuno con il suo ruolo. E anche chi rimane a casa svolge un ruolo estremamente importante”.

News Reporter
Calabrese di nascita e milanese d'adozione, giornalista dal lontano 2001. Specializzato in ambito sportivo e appassionato del mondo dei videogiochi. Adora Kakà, innamorato da sempre di Van Basten, tanti anni divisi tra aule universitarie e campi di calcio l'hanno portato, alla fine, ad intraprendere il lavoro più bello del mondo. Quello del giornalista.

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