La tribù del calcio, le riflessioni di Gianfelice Facchetti
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Lo sport è espressione delle pulsioni che appartengono alla nostra specie. E il calcio, più di altre discipline, è la risposta di un bisogno ancestrale, quello della predazione. In una rappresentazione simbolica che affonda le radici nel processo evolutivo, la porta di calcio diventa la preda e la palla diventa l’arma. Il calcio si trasforma in una sorta di caccia ritualizzata, tutti ne sono coinvolti. Da chi lo gioca a chi lo segue con passione sugli spalti fino a chi lo racconta in tutte le sue forme. Come a far parte di una unica tribù, della quale i giocatori sono i catalizzatori finali. Un percorso messo in scena da La tribù del calcio, trasposizione teatrale di Gianfelice Facchetti del saggio sociologico di Desmond Morris, per raccontare il mondo del quale fa da sempre parte. Di seguito le riflessioni dello stesso Gianfelice Facchetti.

La tribù del calcio, manifestazione del percorso evolutivo

Il testo di Desmond Morris, ripubblicato recentemente con la prefazione di Josè Mourinho, cerca di spiegare il fenomeno del calcio secondo una chiave di lettura antropologica – ci spiega Gianfelice Facchetti – L’uomo è il protagonista di un percorso evolutivo nel quale da cacciatore diventa realizzatore di gol, alla ricerca di quelle motivazioni che spiegano la sopravvivenza del calcio anche a livello simbolico. Nella nostra evoluzione di specie abbiamo perso il senso della caccia che abbiamo ritualizzato sotto la forma del gioco del pallone nel quale la porta diventa la preda e il pallone diventa l’arma

La rilettura di Gianfelice Facchetti

Il calcio è una tribù, è facile farne parte. Ha radici profonde, nella ricerca del gol c’è qualcosa di ancestrale che nel Campionato Mondiale ha la sua massima rappresentazione. Attorno a questo rito ho raccolto tutti coloro che ne sono parte, da chi lo gioca a chi lo vive con passione sugli spalti. Li ho rappresentati in scena, con molta libertà ho adattato i temi affrontati da Desmond Morris, dalle leggi del calcio al mondo di tifosi. Su di essi ho appoggiato la narrazione di alcune vicende calcistiche che meglio rappresentano la tribù del calcio. Con una retrospettiva autobiografica, io stesso faccio parte della tribù del calcio

Alcides Ghiggia, il mito all’ombra di una tragedia sportiva

Nella narrazione ho eletto papà Giacinto capotribù ideale. La sua vicenda umana e calcistica si intreccia infatti con quella dei protagonisti delle storie che ho preso come filo conduttore della narrazione. Mio papà è un bambino di otto anni quando il mitico Alcides Ghiggia segna allo stadio Maracanà il gol che nella finale dei Campionati del Mondo 1950 affonda il Brasile. Una autentica tragedia sportiva che mi ha dato lo spunto per dedicare una intera parte dello spettacolo agli stadi, teatri dove il rito del calcio prende forma. Nella rilettura della vicenda, rimango colpito nel vedere che un bambino di otto anni, qual’era ai tempi papà, avesse solo sentito il nome di questo mostro sacro che aveva battuto i brasiliani e, dieci anni dopo, se lo ritrovasse in campo in Serie A al suo debutto. Nel giorno in cui si realizza il suo sogno è lui a marcarlo

Pelè, nessuno nella tribù incarna più di lui il senso del gol

Vent’anni dopo quella finale mondiale, un’altra finale mondiale fa da scenario alla vicenda che vede protagonista Pelè. Colui che, all’interno della tribù, meglio incarna il senso del gol. Ha solo dieci anni quando ascolta alla radio in compagnia del padre la finale mondiale 1950. Al termine della partita, lo vede piangere e davanti al ritratto di Gesù promette di vendicare quella sconfitta e vincere la Coppa del Mondo per lui. Scenderà in campo nella finale del Campionato del Mondo 1970, in Messico. Pelè, l’avversario più importante di papà, ci costò quel Mondiale

Denis Bergamini, il mistero avvolge la tribù del calcio

La tribù del calcio è ricca di storie inesplose e, a volte, misteriose. La storia di Denis Bergamini è una di queste. “Quando Denis Bergamini muore, nel novembre 1989, il grande salto nella massima serie professionistica sembra imminente. Ho voluto immaginare che sarebbe potuto essere protagonista ai Campionati del Mondo 1990. E invece il suo sogno si è bruscamente interrotto sul ciglio di quella statale della Calabria, dove il suo corpo inanimato viene rinvenuto. Una storia troppo frettolosamente archiviata come suicidio, poi riaperta sulla evidenza di un omicidio peraltro ancora avvolto dal mistero. Una storia che mi ha affascinato, è un giocatore che ha fatto parte della tribù e dalla tribù, suo malgrado, è stato escluso per motivi che con la tribù non c’entrano nulla. Una meteora che avrebbe potuto brillare e che invece si è spenta prematuramente

Non tutto è patinato

Nella tribù ci stiamo tutti, anche chi non lo sa. Per farne parte basta poco, è sufficiente respirarne l’aria. Parto quindi a raccontare la storia di Denis Bergamini nel mondo del calcio dai primi calci tirati da bambino senza neanche pensare e sognare che questo potesse diventare un lavoro. Seguo le sue tappe fino a quando scopre che il calcio può effettivamente diventare il lavoro della sua vita. Con le sirene che gli propongono di arrivare in alto. Ma lui vuole arrivare in alto con i suoi compagni, l’ambizione che si trova nella tribù non è sempre quella cosa patinata che viene raccontata in un certo tipo di narrazione. Senza dimenticare che ci sono anche tanti onesti gregari, tanti dilettanti i cui nomi non si conosceranno mai. Anche questi fanno la storia della tribù

Tifosi, un patrimonio da recuperare

Finché la specie umana potrà pensare a qualcosa in più della sopravvivenza la tribù continuerà a vivere.- rimarca Gianfelice Facchetti – E il calcio continuerà a essere un affascinate lusso. Oggi lo è più che mai, sarà interessante vedere come, nel dopo emergenza coronavirus, si ripresenterà alle persone. Dobbiamo però essere consapevoli di quanto finora siamo stati fortunati a essere spettatori partecipanti a questo spettacolo. Consapevoli di quanto i tifosi, veri seguaci della tribù, ne siano il cuore pulsante. Sono loro che detengono la storia di un club, sono loro che senza avere nulla in cambio fanno sacrifici per custodire la loro fede. Non cambiano mai bandiera, qualunque cosa succede ci saranno sempre. Senza alcuna convenienza, sono l’espressione più pura dello sport. Averli allontanati dagli spalti e dagli stadi ne ha smorzato il racconto calcistico. Sarà necessario recuperarli, cosa peraltro non automatica. E recuperare l’incontro di questi con i protagonisti del campo

La creatività ha ancora i suoi paladini

La tribù del calcio vive di emozioni, il giocatore che sa stupire con gesti tecnici ne è l’essenza. Ma l’istinto calcistico è stato sacrificato negli anni nel nome del tatticismo esasperato, metodo e ragione hanno preso il sopravvento sulla creatività. Una creatività che in passato emergeva dai primi calci dei bambini in strada, lontano dagli sguardi degli adulti. E che oggi viene incanalata in un prematuro indottrinamento. Per fortuna ci sono ancora giocatori capaci di rimandarti dal campo la passione e il piacere per quello che fanno, capaci di esprimere positività e generosità. Il gesto di Romelu Lukaku che lascia a Sebastiano Esposito il rigore con il quale ha segnato il primo gol in Serie A è il gesto più bello di tutta la stagione”

Tante le chiavi di lettura

Fino a quando abbiamo avuto la possibilità di realizzare lo spettacolo, la risposta del pubblico è stata positiva- conclude Gianfelice Facchetti – Anche da parte degli adolescenti che non sono abituati ad andare a teatro, rimasti inchiodati sulle sedie per un’ora e mezzo. Dovuto al fatto che “La tribù del calcio” è uno spettacolo nel quale ognuno può trovare la propria chiave di lettura, al di là di quella antropologica dalla quale sono partito. A me interessano le storie, ciò che cerco è l’estrapolazione di quanto delle persone può emergere dal loro racconto. Perché i protagonisti della tribù del calcio sono persone, innanzitutto. Con le loro ambizioni, paure, fragilità. Al di là del loro essere sportivi. Per questo mi illudo che lo spettacolo possa interessare anche chi non ha il sacro fuoco del football nelle vene

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