Milano Quanta, parla Ferrari: “Cobra? Tutta colpa di Mattia Mai! La stagione non andava annullata; vi dico tutto su Barsanti, Ronco e… Rigoni”
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All’anagrafe è Emanuele Ferrari, ma per tutti ormai è il Cobra di Bruzzano quello che difende i colori dell’hockey Milano Quanta. Milanese doc, mamma e papà meneghini fino al midollo, è cresciuto in uno dei quartieri non di certo inn della città. “E il Quanta Club era lì, ci andavo a piedi con il mio borsone” ricorda.

Emanuele Ferrari, anima del Milano Quanta

Emanuele Ferrari è il prototipo del prodotto del settore giovanile che nasce e diventa un big. “Sono cresciuto e ho abitato a Bruzzano fino a due anni fa, quando mi sono trasferito per seguire la mia ragazza – ricorda Emanuele – la scelta del Quanta Club è stata quasi naturale. Per me distava cinque minuti a piedi. E una volta avevo anche il treno sotto casa che, all’epoca, fermava proprio fuori dal Village”. Ed è stato subito amore per pattinaggio. “I miei genitori volevano farmi praticare uno sport per potermi far sfogare e poi perché porta a fare nuove conoscenze, nuove abitudini. E da bambini, poi, ti diverti un sacco. Certo, al club c’erano e ci sono diversi sport. Ma l’acqua non potevo vederla a cinque anni, il tennis anche no e alla fine ho iniziato a pattinare. L’istruttore, Renzo Morelli, dopo qualche mese venne da me e mi disse ‘Ma perché non provi a giocare?’. E da lì è partito tutto”.

Emanuele Ferrari, foto Carola Semino

Una vita sui pattini, rigorosamente inline

Classe 1996, Emanuele Ferrari pattina dal 2001, vale a dire da quasi 20 anni. “Ho iniziato al Milano Quanta e sono ancora lì – afferma con una punta d’orgoglio – perché ho giocato sempre e solo a hockey inline? Non saprei. Su ghiaccio ho disputato giusto qualche sessione di allenamento anni fa, giusto per vedere com’era. Ma per giocare ad alti livelli dovrei dedicarci troppo tempo. Il mio percorso è stato ed è nell’inline, dal quale ho avuto molte soddisfazioni”. La più grande?Mai mi scorderò il primo mondiale che ho disputato e il rigore che ho trasformato contro il Canada. Non me l’aspettavo la chiamata, quando senti nominare il tuo nome o tiri fuori gli attributi o sei rovinato. Secondo me aver realizzato quel gol e quella prestazione, al termine di un buon primo mondiale, è una soddisfazione che provi solo una volta nella vita”. Quel mondiale (era il 2016) l’Italia arrivò fino in finale, quando perse 4-0 contro la Repubblica Ceca. “Mi sono sentito utile, anche se alla fine non abbiamo vinto il titolo”. Parole di Emanuele Ferrari, vicecampione del mondo del Milano Quanta.

La fine della stagione del Milano Quanta e dell’hockey inline italiano

La FISR ha deciso di interrompere la stagione attuale di hockey inline causa il diffondersi del coronavirus: “Penso sia stata una decisione giustissima – ammette ancora Emanuele – l’unica cosa è che finire così, senza vincitori né vinti, non va bene. Le società si sono trovate a buttare i soldi di mezza stagione senza raccoglierne i frutti. Siamo uno sport povero, di certo questa situazione si poteva gestire meglio”. In una recente intervista il presidente del Quanta, Ricky Tessari, aveva ipotizzato di poter riprendere la stagione a settembre e concluderla entro l’anno solare. “Poteva essere un’idea, ma la situazione era molto complessa da gestire. Perché se una persona vuole cambiare squadra, cosa fa? Cambia a dicembre? Certo, la situazione era molto complessa, anche perché noi ad agosto proprio non possiamo giocare per il troppo caldo. L’unico modo era interromperla, ma non concluderla senza sancire i vincitori. Prendiamo spunto dal calcio, se si ferma sicuri che non premiano nessuno? Non possono buttare all’aria una stagione, loro. Figurarsi noi”.

Emanuele Ferrari, foto Carola Semino

Barsanti giocherellone, Ronco un pezzo di pane

Ma qual è il compagno di squadra con il quale c’è più sintonia? “Barsanti, senza ombra di dubbio. Ci vedevamo spesso, si facevano gli esercizi assieme. E anche se al momento è in Svizzera, ci sentiamo ancora. Ci troviamo molto bene, negli spogliatoi poi eravamo anche vicini. Parliamo molto spesso e scherziamo molto”. E il più riservato? “Ronco, ma è proprio fatto così, è il suo carattere. È un pezzo di pane, un tranquillone. Sempre disponibile, non ti dice mai di no. Un bravo ragazzo insomma”. Il più allegro? “Barsanti. Diciamo che io e lui messi assieme siamo un po’ troppo allegri”. E coach Luca Rigoni? “Abbiamo anche giocato assieme. È una persona molto preparata, si vede che ha dato la sua vita per l’hockey. Io sono arrivato in Serie A presto, a 16 anni. E lui già c’era, è uno dei grandi del nostro sport” ammette Emanuele Ferrari.

Il ricordo (riservato) di Umberto Quintavalle

Non si può non pensare, quando si parla di Milano Quanta, al presidentissimo Umberto Quintavalle. “Ho un ricordo ben stampato in testa, però non si può dire perché é privato. Una situazione assurda, che fa capire la grandezza di questa persona. In generale era un uomo che quando c’era da dire delle cose, te le diceva in faccia, fossero belle o cattive. E nel bene o nel male, lo faceva con professionalità. Ci trattava tutti come figli. Ogni volta prima delle partite stava con noi negli spogliatoi. Gli mancavano solo pattini e stecca e giocava anche lui… Non vederlo l’ultima stagione é stato tremendo”. 

La finale di European League e i rigori di Roana

Il ricordo della finale di European League dell’anno scorso, persa ai rigori a Roana contro i francesi del Granges Les Tigres, fa ancora male. “Penso che il presidente volesse sparire, andare via e stare solo. E invece ha dimostrato di essere nettamente superiore a tante persone ed è rimasto lì. Premiando i vincitori e ringraziando tutti in diverse lingue”. Ma cos’è successo a Roana in finale? “Sinceramente non so, perché giocando non si è ben capito. Non entrava il disco, la loro porta era stregata, il portiere ha disputato la sua miglior prestazione di sempre. O forse noi siamo entrati in campo con l’atteggiamento sbagliato”.

Milano Quanta, il cuoco gelataio che si allena online

Emanuele Ferrari è un uomo tuttofare. “Lavoravo al Quanta Club come cuoco, ma ad un certo punto non riuscivo più a gestire lavoro e hockey. Allora ho deciso che, siccome l’hockey mi dava soddisfazione, dovevo cambiare. E quindi ora lavoro in una gelateria/bar, che mi permette di coniugare le due cose. Il mio capo poi è Gianluca Tomasello (responsabile delle squadre nazionali in FISR, ndA), che conosce benissimo l’hockey. Diciamo che abbiamo raggiunto un punto d’incontro”. E gli allenamenti? “Ora le sessioni sono solo online. Prossimamente ci sarò anche io con Franko e i bambini. È giusto tenere vivi loro, perché sono loro che ci mandano avanti. Più giovani crescono e meglio è. Il soprannome Cobra? La situazione sta sfuggendo di mano (ride, ndA). È colpa di Mattia Mai, ha iniziato lui. Poi ci si è messo anche Peruzzi che mi ha consigliato di ‘fare il gesto’. E, a pensarci bene, funziona. Perché i bambini guardano quello e si immedesimano”. Il Cobra di Bruzzano è l’arma in più del Milano Quanta.

News Reporter
Calabrese di nascita e milanese d'adozione, giornalista dal lontano 2001. Specializzato in ambito sportivo e appassionato del mondo dei videogiochi. Adora Kakà, innamorato da sempre di Van Basten, tanti anni divisi tra aule universitarie e campi di calcio l'hanno portato, alla fine, ad intraprendere il lavoro più bello del mondo. Quello del giornalista.

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