Milano Baseball, Braga: “Innamorato di questo sport”

Continuano le interviste ai grandi giocatori del passato del Milano Baseball. Stavolta sul sito ufficiale del club è la volta di Paolo Braga, ex lanciatore che ha fatto la storia del club meneghino.

Le parole di Paolo Braga

“L’ho scoperto perché alle medie, a 11-12 anni, avevo un compagno, Andrea Busnelli, che era appassionato, maniaco di tutte le cose americane, dall’abbigliamento allo sport. Così un giorno arrivò con mazza e guantone e mi portò a giocare con altri compagni, Michele Barro, Lorenzo Clerici, ai giardinetti di fianco al liceo Beccaria. E così il baseball ci prese a tal punto che passavamo i pomeriggi da Brigatti a guardare tutte le mazze e i guanti che erano in vendita”.

Le selezioni

“Ci presentammo al Giuriati dove c’era Goldstein che dirigeva le operazioni: formavano le squadre gialla, rossa, blu e alla fine scelsero i migliori per andare a giocare nella squadra Ragazzi del Milano. Così mi ritrovai, oltre che con i miei compagni, con Guido Koelliker e con Marco Omiccioli che ai tempi voleva fare il lanciatore, perché tirava forte, mentre io dovevo fare il suo catcher. Finchè un giorno gli chiesi di invertire i ruoli e lì sentii subito che la pallina mi apparteneva. Una sensazione di feeling completo, come poi ho provato solo nello sci e nello squash. Quando cominciai a lanciare mi sembrava una cosa che avevo sempre fatto, che era dentro di me. Così nei successivi allenamenti mi misi a lanciare e sia Goldstein che De Regny mi promossero in quel ruolo. Anche se in verità a me piaceva soprattutto battere perché, diciamolo, il baseball è quella cosa lì: prendere la mazza e fare i fuoricampo. Come uno che gioca a calcio vuole fare i gol”.

Milano Baseball

“Il baseball è uno sport che non ha mai avuto popolarità da prime pagine dei giornali. Per cui non c’era pressione, che nello sport spesso distrugge l’entusiasmo. Cosa che io ho sempre avuto, perchè ero innamorato del baseball. La svolta per me è stata la convocazione nella Nazionale juniores per i Mondiali in Argentina. Lì ho capito che il baseball aveva un orizzonte più ampio delle figurine o delle storie dell’America che raccontava Marco Giulianelli…”.

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