Eugenio Bersellini, lavoro e passione al servizio del calcio
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Eugenio Bersellini, 490 panchine in serie A dal 1973 al 1990. Soprannominato “sergente di ferro” per la durezza dei suoi allenamenti, dietro la scorza da burbero nascondeva una profonda sensibilità calcistica ed umana. Capace con lo sguardo e poche parole ben calibrate di trasmettere insegnamenti, dentro e fuori dal campo. Lega la sua sua notorietà soprattutto al quinquennio trascorso a Milano sulla panchina dell’Inter. Con la quale vince due Coppe Italia, ma soprattutto il dodicesimo scudetto della storia della società meneghina. Ai quali seguiranno i successi con la Sampdoria e con Al-Ittihad, squadra libica. Uomo libero da sudditanze, sposava i progetti per dedicarsi con lavoro e passione alla creazione di un gruppo. Preciso e rigoroso nella organizzazione del lavoro, quasi maniacale nella preparazione fisica, non lasciava niente all’improvvisazione. A quasi tre anni dalla scomparsa, il ricordo della figlia e di alcuni suoi giocatori dell’Inter.

Eugenio Bersellini, spirito libero con la passione del pallone

Papà non amava legare ne sentirsi legato, nei suoi continui cambiamenti si rispecchiava la sua personalità – racconta Laura Bersellini, figlia dell’ex allenatore nerazzurro – Era fondamentalmente un uomo libero e amava sentirsi tale. Per questo motivo preferiva fare contratti annuali, cosa per quei tempi fuori dalla norma. E’ successo anche nel suo quinquennio all’Inter durante il quale ha rinnovato il contratto anno per anno. L’unica volta che ha fatto un contratto biennale, con il Como in C1 agli inizi degli anni ‘90, rescisse dopo lo spareggio perso con il Venezia perché non sentiva più la giusta sintonia all’interno del club

Progettualità, alla base di tutto

Gli piaceva costruire e portare avanti un progetto, per questa sua propensione veniva spesso chiamato per ricostruire le squadre. Sempre stimolato dalla idea di poter creare una nuova armonia in un contesto nuovo. Anche l’esperienza libica, fatta nella fase conclusiva della carriera, va vista in questa ottica. Si sentiva ormai slegato dalla realtà calcistica italiana, non si ritrovava più con alcune sue dinamiche. L’uscita dal calcio che conta è stata una sua scelta, ha preferito un calcio minore nel quale potesse esprimere se stesso

Rapporto di stima e affetto, con tutti

A dispetto delle apparenze, Eugenio Bersellini manteneva solidi legami con gli ex collaboratori e giocatori. “La domenica guardava sempre i risultati delle squadre dove aveva allenato, tra i suoi amici molte erano le persone che, negli anni, avevano lavorato con lui – prosegue a raccontare la figlia LauraCon tutti ha mantenuto un rapporto di stima e affetto, pur nella sua riservatezza” Anche negli anni successivi alla fine della carriera, i rapporti umani erano cosa alla quale teneva molto. “Aveva già finito di allenare ma con noi ex giocatori organizzava ogni settembre una partitella a Borgo Val di Taro, il suo comune natale – ricorda Nazzareno Canuti, granitico difensore dell’Inter di Eugenio Bersellini – A fine partita, un pranzo tutti insieme. Era un modo per ritrovarsi

Controlli rigorosi, per ogni giocatore una tabella con i dati

Certo quei pranzi erano ben diversi da quelli dei nostri ritiri- sottolinea l’ex difensore dell’Inter – Il menù lo faceva lui, fatto di poche cose semplici e genuine. La pastasciutta per esempio non l’ho mai vista. I suoi controlli sul peso poi erano rigorosissimi, per ognuno di noi redigeva una tabella con tutti i dati. Se al controllo del peso del sabato mattina qualcuno di noi avesse avuto anche solo pochi etti in più rispetto al peso forma, lo costringeva ad allenamenti supplementari per smaltirli. Non a caso era soprannominato sergente di ferro

Preparazione fisica, non chiedeva mai cose che non avesse prima sperimentato

Sergente di ferro, un soprannome che Eugenio Bersellini si porterà dietro per tutta la carriera. “Credo glielo abbia dato Gianni Brera per i suoi duri metodi di allenamento – dichiara Laura Bersellini – Papà era molto attento alla preparazione fisica, quasi in maniera maniacale. Una attenzione che prestava anche a se stesso, prima del ritiro con la squadra era solito fare lunghe passeggiate nei boschi durante le nostre vacanze estive a Borgotaro. Erano anche momenti che gli fornivano spunti per gli esercizi da proporre poi ai giocatori, ai quali non chiedeva mai di fare cose che prima non avesse sperimentato. Come è giusto che faccia un Maestro, inteso con la M maiuscola” .

Tecnico preparatissimo, lavoro e passione sopra ogni cosa

Preciso e rigoroso nella organizzazione del lavoro, nelle sue agende la voce lavoro era pressoché ricorrente. Perché solo con il lavoro svolto con passione puoi raggiungere gli obiettivi che ti sei prefissato. Lavoro e passione sopra ogni cosa, per lui è stato un mantra. Con una coerenza quasi disarmante” Alle quali univa una profonda conoscenza del mondo del calcio. “Era un tecnico preparatissimo – rimarca Nazzareno Canuti Conosceva tutti gli avversari, anche quelli stranieri. Il calcio era la sua vita e si aspettava che fosse così anche per noi, in ogni momento della nostra vita. Anche quando nei momenti di libertà, allora molto giovani, le nostre attenzioni erano attratte da altro

Trattava tutti da professionisti, a prescindere dall’età

Ma sapeva concedersi anche qualche momento goliardico. “A fine allenamento costringeva me e gli altri giovani del gruppo come Franco Pancheri, Claudio Ambu e Giuseppe Baresi a effettuare una serie di cross sui quali si divertivano, lui e il suo vice Armando Onesti, nei tiri al volo – rammenta Leonardo Occhipinti, giovanissimo giocatore dell’Inter dello scudetto 79/80 – E, dopo essersi dati nomi brasileri come Bersellinho e Armandinho, si gasavano con la telecronaca delle azioni. Cosa che poteva continuare fintanto che non calava il buio, con tutti gli altri che ci aspettavano sul pullman. Rimane il fatto che fosse un professionista serissimo che trattava tutti i suoi giocatori da professionisti, non importava l’età

Sempre sul pezzo, niente era lasciato all’improvvisazione

Abitava a pochissima distanza da Appiano Gentile ma rimaneva in ritiro con noi per controllarci – prosegue nel racconto Nazzareno CanutiOggi che i giocatori ci vanno forse il giorno prima della partita ne farebbe giocare la metà. Per lui invece il ritiro iniziava già dal giovedì precedente la partita. Una abitudine che Eugenio Bersellini aveva anche da giocatore. “Anche quando giocava nel Brescia, allora diciannovenne, rifiutava gli inviti dei compagni a concedersi a metà settimana una serata in allegria – sottolinea la figlia Laura – Costantemente sul pezzo, sin da allora non lasciava niente alla improvvisazione

Essenziale, sempre

Poche parole essenziali, sempre. “Ricordo il mio esordio, in un sabato di Pasqua contro la nel campionato 1979/80 – racconta divertito Leonardo Occhipinti – Dopo aver fatto scaldare per quaranta minuti Odoacre Chierico, si rivolse a me che ero seduto in panchina con un categorico Entra!. Mancavano solo tre minuti alla fine, non ebbi neanche il tempo di realizzare. Ma era una scelta precisa, frutto di una esatta percezione psicologica

Poche parole ma quelle giuste per ogni situazione

Non era avvezzo a grandi discorsi – conferma Ivano Bordon che con Eugenio Bersellini ha condiviso un percorso con Inter e Sampdoria – Parlava poco ma aveva le parole giuste per ogni situazione. E sapeva farsi capire anche dai giovani. E i complimenti, quando li faceva, erano sinceri. Ne era parco ma era il suo modo di fare. Personalmente ricordo solo un paio di occasioni nel quale si è sbilanciato con me con alcuni apprezzamenti. Una dopo la vittoria a Nantes in Coppa dei Campioni, l’altra dopo la vittoria a Firenze nella stagione dello scudetto con l’Inter

Corretto ed onesto, faceva gruppo

Una sincerità che però lo portava a conquistare la fiducia dei suoi giocatori. “Era corretto e onesto, non ti nascondeva niente – commenta Nazzareno Canuti – Non potevi non fidarti di lui, aveva una straordinaria capacità di fare gruppo. Grazie a lui siamo diventati una squadra di amici, e lo siamo tuttora

Crescere uomini prima ancora che atleti, la sua mission

Oggi il calcio è profondamente cambiato ma un uomo come Eugenio Bersellini sarebbe senz’altro utile a tante squadre. “Era uomo di poche parole e tanto lavoro – conferma Laura Bersellini – Senza fronzoli, ad ogni nuovo colloquio per definire il contratto il suo cruccio era sapere se esistessero i campi di allenamento e il valore umano e sportivo dei giocatori. Tutto ciò che faceva aveva uno scopo preciso, crescere gli uomini prima ancora degli atleti. Tutto il resto veniva dopo. Ed è proprio questa concretezza estrema che porterei nel calcio attuale

Uno spiccato senso del team, perfetta unione di pensiero ed azione

La sua umiltà e la capacità di fare gruppo – precisa Nazzareno Canuti – sono cose che nel calcio attuale sarebbero utilissime” Come la coerenza e lo spirito di team. “Di papà – conclude Laura Bersellini – voglio ricordare la sua concretezza al servizio della squadra, aveva uno spiccato senso del team. Gli bastavano poche parole, perfetta unione di pensiero ed azione

Si ringrazia Alessandro Ravezzani per la gentile concessione della foto allegata.

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