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Flavio Portaluppi, bandiera dell’Olimpia Milano dalla fine degli anni ’80 agli inizi degli anni 2000. Appese le scarpette al chiodo, ha ricoperto il ruolo di general manager e presidente. Con la squadra meneghina ha vinto due scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Korac, come giocatore. Da dirigente, uno scudetto. Successi che ha condiviso a fianco di grandi giocatori e grandi allenatori che hanno lasciato una traccia importante nel suo percorso cestistico ed unano. Con lui abbiamo fatto una panoramica del suo passato milanese, degli incontri che ne hanno segnato la carriera, della sua esperienza dirigenziale. Con un occhio al futuro dell’Olimpia Milano, il cui progetto potrebbe portare quei successi che ormai mancano da troppo tempo. Di seguito, l’intervista.

Flavio Portaluppi, l’incontro con i grandi del basket

Sono stato fortunato, nella mia carriera ho incontrato giocatori e allenatori straordinari – racconta Flavio Portaluppi, ex giocatore e dirigente dell’Olimpia Milano – A cominciare dalle prime esperienze a Milano alla fine degli anni ’80. Avere avuto la possibilità di dividere il parquet con giocatori come Roberto Premier e Dino Meneghin è stato fondamentale per un giovanissimo giocatore quale ero ai tempi. Due autentici leader, di Dino mi porto dietro il grande spirito di sacrificio. In campo poi Mike D’Antoni faceva l’allenatore aggiunto, aveva una grande capacità di lettura dei momenti della partita. Capacità che ha continuato ad avere anche da allenatore. Se non ci fossero stati giocatori come loro, non sarebbe nata la leggenda di quella squadra. Senza nulla togliere a grandi campioni come Bob McAdoo e Joe Barry Carroll

Comunicare con i giocatori, Franco Casalini l’esempio

Di Franco Casalini, che guidava quella squadra, non posso non sottolineare la straordinaria capacità comunicativa. Tra i vari allenatori che ho avuto, solo lui e Mike D’Antoni sono stati capaci di comunicare cosi bene con i giocatori. Sapeva motivare e tenere sulla corda un gruppo che non voleva mai perdere. Sempre sul pezzo, anche dopo una sconfitta. I suoi allenamenti erano brevi ma intensi, per tutti. Anche chi aveva 36 anni doveva correre, e correre tanto. Sono insegnamenti dei quali ho poi fatto tesoro nei due anni ad Arese in A2

Curiosità e capacità di ascolto, la rivoluzione di Mike D’Antoni

Mike D’Antoni l’ho ritrovato come allenatore, nei primi anni ’90. Aveva una smisurata curiosità, voleva conoscere sempre cose nuove. Apprendeva e sintetizzava i concetti per farli propri, con l’umiltà di ascoltare chi aveva al suo fianco dopo averne valutato le competenze. Capace di assumersi la responsabilità di eventuali errori nella preparazione della partita. Non sono molti gli allenatori che hanno questo tipo di onestà e chiarezza. Era comunque geniale, fu rivoluzionaria la scelta di schierare un quintetto con quattro piccoli e un playmaker di due metri, Riccardo Pittis, in grado di giocare in tutti i ruoli da uno a quattro. A completare quella squadra Antonio Davis, con la sua fisicità straripante dava il giusto peso ad un squadra che si presentava leggera. Ciliegina sulla torta, Sasha Djordjevic. Il più italiano dei giocatori slavi, aveva una capacità incredibile di connettersi velocemente con la squadra e il tessuto milanese

Le certezze monolitiche di Bogdan Tanjevic

Tutti gli slavi hanno comunque grandi e inossidabili certezze, sul campo e in panchina – sottolinea Flavio Portaluppi Bogdan Tanjevic, succeduto a Mike D’Antoni, ne è l’esempio. Le sue erano certezze monolitiche, non potevi fare altro che allinearti ad esse. Mentre Franco Casalini modulava il carico del lavoro a seconda dell’avversario e della risposta che la squadra poteva dare nei diversi momenti della stagione, con Bogdan Tanjevic il carico era sempre lo stesso. Sempre concentrato sulla propria squadra a mille, dall’inizio alla fine della stagione.

Talento,umiltà e determinazione. Segreti per un gruppo vincente

In campo, a tradurre le sue certezze Dejan Bodiroga. Un talento clamoroso gli è mancato solo il passaggio nell’Nba. Era capace di giocare più ruoli, aveva una eccezionale capacità di passaggio e di fare canestro in qualunque modo. Con i suoi centimetri e la sua apertura di braccia copriva la visuale agli avversari. Giocatore completo, fu la chiave di quello scudetto vinto nella finale contro Teamsystem Bologna con il canestro decisivo in gara 4. E poi un gruppo di ragazzi dalla grandissima determinazione, su tutti Gregor Fucka e Sandro De Pol. Supportati da un Rolando Blackman che sacrificava il proprio ego e le sue capacità di grandissimo attaccante per mettersi al servizio della squadra con grande umiltà”

Flavio Portaluppi general manager

Tutto quanto ho imparato da questi giocatori ed allenatori l’ho trasferito nel mio percorso da general manager – precisa Flavio Portaluppi – Ho fatto da dirigente quello che non sempre mi era riuscito da giocatore. Devo ammettere che ad inizio della mia carriera da giocatore ho vissuto alcune stagioni nelle quali il mio pensiero principale era esclusivamente il mio bene. Ma come dirigente ho imparato a pensare al bene della squadra

Dirigente a Milano

Dopo qualche anno a Castelletto Ticino e Cremona, arrivai a Milano nel secondo anno di Piero Bucchi nella stagione Fu una stagione poco soddisfacente e tornai a Cremona. Ma Milano era nel mio destino, fui richiamato nella stagione 2012-13 per sostituire Gianluca Pescussi che aveva accettato l’offerta ricevuta dagli Houston Rockets. Gli subentrai quindi in corsa con il roster già definito. Ma era comunque motivo di orgoglio fare parte di una struttura come quella di Olimpia Milano. Quell’anno sulla panchina dell’Olimpia sedeva Sergio Scariolo

Dirigenza e staff tecnico, la sintonia è fondamentale

L’anno successivo a Milano venne fatta una mezza rivoluzione, dalla Mens Sana Siena, campione uscente, arrivò Luca Banchi. Fu una scelta vincente, Luca è il modello di allenatore con il quale ogni dirigente vorrebbe lavorare. E’ importante avere un allenatore sulla stessa lunghezza d’onda. Dal punto di vista della preparazione della partita, del campo e della palestra Luca incarna ciò che un allenatore deve essere. Sempre sul pezzo ma nel modo giusto, con la capacità di modulare i carichi di lavoro in un confronto continuo con lo staff medico e i preparatori atletici. Altrettanto importante è avere giocatori con il giusto approccio al lavoro sistematico e al risultato, l’arrivo di David Moss e Daniel Hackett agevolò senza dubbio questo tipo di approccio. Un valore aggiunto che ci portò a vincere lo scudetto. Quella vittoria fu la mia soddisfazione più grande”

Giocatori stranieri, serve un lavoro più individualizzato

“Da dirigente ho appreso che la gestione di giocatori stranieri richiede comunque un lavoro più attento, più individualizzatodichiara Flavio Portaluppi – Soprattutto quando il giocatore non ha vissuto la realtà del campionato italiano. E quindi non sa cosa significano squadre come l’Olimpia Milano o la Virtus Bologna e quali pagine hanno scritto nella storia della pallacanestro. Un conto è gestire un giocatore come Austin Daye che cambia squadra con la consapevolezza di quale tipo di squadra e quali tipi di obiettivi va ad affrontare. Più complicato è gestire un giocatore come Marshon Brooks, grandissimo talento ma totalmente ignaro della realtà italiana

Progetto societario, in campo non va il budget

Alla base di tutto ci deve essere comunque un progetto societario. Un progetto che garantisca solidità, continuità e stabilità, come quello che anima oggi l’Olimpia Milano. In un momento di difficoltà della pallacanestro non è cosa di poco conto. Anzi, è un valore aggiunto che permette al management di lavorare con più tranquillità. Per concentrarsi sull’aspetto determinante, il campo. Perché in campo non va il budget, vanno i giocatori. Senza ovviamente dimenticare il resto, dato dalla organizzazione, dalla preparazione e dal lavoro che comporta la gestione di un team

Olimpia Milano, un progetto che potrebbe regalare soddisfazioni

Olimpia Milano può permettersi di programmare il presente e il futuro, che nella pallacanestro sappiamo essere ormai breve se non brevissimo. E ragionare su giocatori come Giordano Bortolami, promettentissimo giocatore italiano frutto del lavoro del settore giovanile. Tante società, non solo in Italia, non possono permettersi scelte di questo tipo. A Milano stanno invece costruendo un organico di assoluto livello, potrebbe portare quelle soddisfazioni che mancano ormai da troppi anni. Di quel gruppo, Ettore Messina sarà il leader

News Reporter

1 thought on “Flavio Portaluppi: “Progetto societario, Olimpia Milano è sulla buona strada”

  1. sicuramente dopo il prima anno di assestamento Milano si attende grandi risultati sia in italia che un Europa

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