Enzo Lamacchia: “Lotta, non puoi insegnarla se non hai conosciuto la durezza”
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Da più di mezzo secolo nel mondo della lotta, nel 2016 Stella d’Oro Dirigenti Coni. Una vita passata in pedana, prima come lottatore nella squadra dei Vigili del Fuoco poi come educatore nella Polisportiva Affori, creata nel 1976 in un sottogradinata che trasforma in una palestra attrezzata per lotta e judo. Da allora non ha più smesso di raccogliere intorno a sé bambini e ragazzi dal percorso difficile per offrire loro qualcosa di simile alla famiglia che avrebbero voluto avere. E attraverso il duro sport della lotta insegnarli a diventare uomini. Perché, come dice lui, il bracconiere è il miglior guardiacaccia. Di seguito, l’intervista all’ex campione di lotta Enzo Lamacchia.

Enzo Lamacchia, a 13 anni il primo incontro

Il primo incontro di pugilato l’ho fatto a 13 anni ricorda Enzo Lamacchia, ex campione di lotta – Abitavamo in zona Porta Vittoria, dietro il Tribunale. Mamma e papà lavorano nel negozio di frutta e verdura in Via Fontana, insieme alle mie sorelle. La palestra invece si trovava sotto la Camera del lavoro in corso P.ta Vittoria. Poiché per l’età ero già robusto, il presidente Bernasconi mi fece subito la tessera da quindicenne così’ da poter iniziare subito a combattere. E sotto la guida sportiva di Combi vinsi il Guanto di Milano al Teatro Principe, nel 1960. In quella occasione Artemio Calzavara, campione europeo dei pesi massimi, mi donò sul ring i suoi guantoni per combattere nel Campionato Italiano. Li conservo ancora

Professionismo? No grazie

Ho continuato a fare pugilato anche durante il servizio militare. Poi appena finito il servizio militare ho smesso. Ricevevo continue pressioni per passare professionista. In un periodo nel quale dominavano Carmelo Bossi, Sandro Lopopolo, Francesco Musso, Francesco De Piccoli e un nascente Dante Canè. Ma io non ero come loro che il pugilato lo facevano per mestiere. Per me era una passione, ma dovevo lavorare tanto più che ero stato messo in regola con i libri. Senza contare che l’ambiente del pugilato era già inquinato dalle scommesse

La lotta, nuovo amore

Ma sentivo comunque il bisogno di trovare uno sport nuovo, per sfogare la mia fisicità – specifica Enzo Lamacchia – A Milano, dopo il pugilato lo sport più agonistico era lotta. Era una disciplina dura ma popolare, accessibile per chi come me proveniva da una famiglia di modeste condizioni economiche. Ricordo la palestra, quella dei Vigili del Fuoco in Via Ansperto. Un piccolo spazio con la materassina ancora in juta e ripiena di paglia. Lì ho incontrato l’attuale presidente del Comitato Lombardo Fijlkam Giacomo Rossini, allora era un tecnico federale. Diventò il mio maestro, ormai la lotta mi aveva conquistato

Poche scuole di lotta, Milano primeggia con i Vigili del Fuoco

A Milano esistevano poche scuole che insegnavano la lotta. Una era quella dei Vigili del Fuoco, le altre erano la Glam, la Mediolanum 1896 e altre quattro società lombarde dislocate tra Pavia, Como e Brescia. Milano primeggiava, i Vigili del Fuoco vincevano a man bassa sia in Lombardia che in Italia per la forza di campioni come Vittorio Pesci e Giovanni Zardoni che complessivamente si sarebbero aggiudicati più di tredici titoli italiani. E per il supporto del Ministero degli Interni che forniva pulmino per le trasferte e divise gratuite. Avevano i mezzi, contrariamente alle altre società che venivano gestite con tanta buona volontà. Una differenza non da poco. Unica a contenderle il dominio nel Nord Italia era l’Italsider Genova e per la lotta greco-romana Faenza. Poi più niente, a parte le Fiamme Oro

Inizi non facili, due anni senza vittorie

La lotta è molto più tecnica del pugilato, inizialmente feci faticarammenta Enzo Lamacchia – Ho passato i primi due anni senza portare a casa neanche una vittoria. Mi trovavo sempre con la schiena a terra, cosa che succede nell’arco di 20 secondi se trovi chi la lotta la sa fare. Un fatto che mi innervosiva parecchio, nel pugilato ero forte ma nella lotta le prendevo anche da ragazzi molto più giovani di me

Vittoria del titolo italiano, giusto in tempo per continuare l’attività agonistica

Mi portarono al Campionato Italiano 1968 a Faenza, lì finalmente mi sbloccai. Mi bastò che vincessi un paio di incontri per inanellare una serie di successi che mi avrebbero portato a vincere il Campionato Italiano Senior nel 1973, all’età di 29 anni. Un risultato importantissimo, ai tempi se entro i trenta anni non avevi ancora vinto il titolo italiano non potevi più fare la lotta. Continuai fino a 34 anni

Anche dalle sconfitte gli insegnamenti per la vita

Quando lottavo ero conosciuto per essere tra i più cattivi – rammenta Enzo Lamacchia – Avevo una trance agonistica che mi portava a sconfinare nella scorrettezza. Volevo vincere a tutti i costi, il concetto di sconfitta non mi apparteneva. Ho poi capito che anche dalle sconfitte ci possono essere insegnamenti per la vita. Sfogavo nella lotta le tensioni di una vita border line. Vissuta in un quartiere difficile come la Comasina, dove la mia famiglia si era trasferita. Ne sono comunque rimasto fuori, ma ho capito cosa c’è oltre

Anni 70, stop ai lottatori naturalizzati

Il movimento lombardo della lotta intanto aveva preso slancio. Ed erano emersi campioni, in forza ai Vigili del Fuoco, come l’iraniano Komeil Gassemi, Hassan Rasuli e Alì Nabì che lottavano per il titolo italiano. Tanti erano i lottatori stranieri che la Fijlkam reclutava e ppi naturalizzava per far loro disputare le gare. Fino a quando, intorno alla metà degli anni ’70, mise uno stop. I regolamenti cambiavano con frequenza quasi annuale, un vero ostacolo per le società. Non facevi tempo ad insegnare nuove tecniche che tutto veniva stravolto

Nasce Polisportiva Affori, lotta e judo discipline portanti

Decisi così di creare una società mia ormai nei Vigili del Fuoco tutto veniva demandato a persone che non conoscevo. E cosi il 21 aprile 1976 nacque la Polisportiva Affori. Al tavolo dei fondatori, Ottavio Beretta che proveniva dal judo, ed io. Decidiamo che lotta e judo fossero le discipline portanti della società, a queste aggiungemmo tennis e minibasket perché intorno alla palestra erano presenti alcune scuole elementari. Erano tempi nei quali il calcio dominava, la Afforese e la ASD Lombardina le squadre del quartiere che spopolavano

Novità nel quartiere

Eravamo gli unici a proporre la lotta nel quartiere, la stessa Palestra Samurai dei fratelli Vismara sarebbe arrivata dopo – racconta soddisfatto Enzo Lamacchia – Volevamo diventare il punto di riferimento per i bambini e i ragazzi del quartiere, così cominciai a fare scouting nei bar della zona. Mi presentavo con una certa eleganza, avevo uno zio che faceva il sarto. Ci teneva a me, ero un campione dello sport. Insieme con mio cugino che giocava nell’Inter con Sandro Mazzola, ero l’orgoglio della famiglia

Lottatori stranieri, servono procedure chiare

Dagli anni 70 ad oggi sono cambiate tante cose, man mano i lottatori sono diminuiti. Una volta si riusciva a fare un campionato regionale con 70 atleti, oggi lo fai con 25-30 atleti prelevati in giro per il mondo e distribuiti nelle varie società. Atleti come Frank Chamizo e Givi Davidovi sono l’esempio di come la Fijlkam riesca a dare l’opportunità di fare la lotta ad atleti e persone provenienti da paesi stranieri”

Società italiane e Federazione, serve maggiore apertura al confronto

Allo stesso tempo, crea difficoltà alle società italiane nel reclutamento di lottatori stranieri che invece porterebbero cultura ed esperienze nuove. Io stesso che ho 76 anni ancora oggi posso imparare da un ragazzo di venti anni che viene da un altro paese. Nella vita si impara da ogni esperienza, non vedo la ragione perché non possa avvenire nello sport

Necessario conoscere la durezza per poterla insegnare

Oggi la lotta la vogliono fare solo gli extracomunitari o bambini nati allo stato brado. Ai quali devi spesso insegnare il rispetto delle regole base dell’educazione e convivenza in gruppo. Se non stai alle regole non puoi pensare di fare la lotta. La lotta è uno sport duro – commenta Enzo Lamacchia L’educatore in una palestra di lotta deve insegnare ai ragazzi a essere duri con se stessi prima che con l’avversario. Ma è necessario che sappia cosa significhi la durezza, deve averla vissuta. Solo questo permette di prevedere già tutto

Il bracconiere è il miglior guardacacia

Polisportiva Affori non è una palestra come comunemente si intende una palestra. Nessuno paga, si viene esclusivamente per praticare la lotta. Da quasi mezzo secolo offriamo una casa a centinaia di ragazzi difficili che da noi trovano qualcosa di molto simile a quella famiglia che avrebbero voluto avere. Ricambiati dal loro affetto e dai risultati sulla pedana, dal 1976 abbiamo vinto decine di titoli tra lotta, judo, sumo e arti marziali. Deve però essere chiaro che per quanto i risultati facciano morale, ciò che voglio è crescere uomini. Lo faccio – conclude Enzo Lamacchia – con lo spirito di chi certe situazioni le ha vissute. Perché il bracconiere è il miglior guardiacaccia

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