Vite in testacoda, dall’amore adolescenziale alla disillusione
Ti piace questo articolo? Condividilo!

La formula uno raccontata in modo diverso. Quattordici racconti che accomunano grandi campioni e comparse del circus. Racconti a cavallo tra fantasia e realtà, con i piloti accostati per le loro affinità. Un arco temporale che copre cinquantanni di F1, da Jim Clark a Eddie Irvine. Una F1 che necessariamente evolve, non sempre in bene. “Vite in testacoda” (Urbone Publishing Editore) è un libro dichiaratamente nostalgico, volto alla riscoperta di una F1 non ancora dominata dalla elettronica e dalle strategie. Ma è soprattutto il racconto di uomini che hanno scelto il pericolo come mood della loro vita. Con una presa di posizione da parte dell’autore che passa dall’amore adolescenziale alla disillusione della persona adulta che ne vive in diretta le trasformazioni. Un libro per puristi della formula uno ma anche per tutti coloro che sono semplicemente innamorati dello sport. Di seguito, l’intervista all’autore Renato Villa.

Vite in testacoda, fino agli anni ’80 domina poesia e passione

La F1 si è evoluta e non sempre si è evoluta in bene – dichiara Renato Villa, autore di “Vite in Testacoda” – Sono sentimentalmente legato alla F1 degli anni 60-80, ma non è solo questo. Quella F1 viveva ancora della grande passione che caratterizzava i suoi protagonisti. Nel libro ci sono racconti basati sul personaggio, racconti nel quale il personaggio, vedi il caso di Senna, è raccontato da gruppo di amici che si innamora delle sue gesta. Ci sono piloti che citano altri piloti. Nel racconto su Ronnie Peterson, per esempio, viene citato Emerson Fittipaldi. Compagni di scuderia, la loro rivalità è una di quelle che ha caratterizzato il mondo della F1. Ci sono poi racconti nei quali, attorno al protagonista ruotano altri tre-quattro piloti. Nel racconto su Gilles Villeneuve, troviamo Jean Pierre Jabouille, Didier Pironi, Ronnie Peterson. E nell’ultimo racconto faccio parlare Graham Hill come se fossi io

La morte di Ayrton Senna, da quel momento il box sostituisce il pilota

Vite in testacoda è un libro di fantasia basato su fatti reali con una datazione storica che si ferma alla gomma di Eddie Irvine, episodio che dimostra quanto la strategia possa essere fallimentare. Attorno alla sparizione di quella ruota giravano voci che la Ferrari non potesse fare vincere il pilota irlandese. E su quelle voci ho voluto costruire il mio racconto, una sorta di spy story. Ma l’elemento fondamentale di questo libro rimane sempre e comunque la corsa nei suoi aspetti più romantici. Dopo la morte di Ayrton Senna a Imola, finisce il periodo nel quale c’è il pilota prima della macchina. Da quel momento comincia una nuova storia, prende avvio il dominio del box sul pilota e sulla macchina

F1 odierna, i grandi campioni del passato verrebbero messi all’angolo

Dominata ormai dalla tecnologica, la F1 manca di piloti con la sensibilità di un pilota come Niki Lauda. Meccanico in pista, il pilota austriaco era capace di sentire la macchina come pochi. E coglierne ad ogni curva, ad ogni staccata, pregi e difetti. Senza l’ausilio della tecnologia. Nella F1 odierna, un pilota come James Hunt, il suo grande rivale, verrebbe messo all’angolo. Personaggi come Gilles Villeneuve e Ronnie Peterson durerebbero forse un paio di stagioni. E un duello come quello di Digione 1979 finirebbe subito, i piloti sanzionati con la bandiera nera. Questi piloti guidavano con il cambio manuale, al GP Monaco facevano anche duemila cambiate. E quando sforzavano il motore, saltava. Punto e basta, non c’era la tecnologia ad avvisarli preventivamente. Erano semplicemente loro ad intuirlo, avevano la sensibilità si sentire che il motore girava male. Ora tutto questo i piloti lo vedono nel computer di bordo

Sette griglie di partenza per raccontare cinquantanni di F1

Vite in testacoda è diviso in sette griglie di partenza, – spiega Renato Villa – i piloti sono accostati per le loro affinità. In prima fila Jim Clark, il pilota degli anni 60 per eccellenza, e Ayrton Senna, il pilota secondo tutti. Jim Clark non poteva mancare in una raccolta sulla F1, era il più forte dell’epoca. E un raro caso di fedeltà alla scuderia, ha guidato sempre la stessa macchina. A fargli da contraltare, in quel period,o Graham Hill che ha inseguito la vittoria di un mondiale cambiando spesso scuderia. Ma nessuno più di loro rappresenta gli anni ’60, non avrei potuto mettere altri piloti. Neppure Jackie Stewart che, se pur meritevole di essere inserito nel racconto, si posiziona a cavallo degli anni 60/70

Mike Hawthorn eleganza fatta pilota, Niki Lauda intelligenza in pista

In seconda fila troviamo Gilles Villeneuve e Ronnie Peterson, in terza fila Niki Lauda e Mike Hawthorn. Se pur di due epoche diverse, Niki Lauda e Mike Hawtorn sono piloti che vincono con il cervello. Il pilota inglese corre negli anni 50, il suo modo di vivere la F1 è particolarissimo. Era l’eleganza fatta pilota, era solito salire in macchina con il suo immancabile papillon sulla tuta. Un personaggio totalmente anomalo nell’ambiente della F1. Come particolare era anche il rapporto con la sua monoposto. Vinse un mondiale con una sola vittoria, nonostante la sua Ferrari fosse meno competitiva delle altre vetture riuscì con grande intelligenza a portarla alla vittoria. Una intelligenza in pista che avrebbe avuto, anni dopo, Niki Lauda. La sua vittoria nel mondiale per mezzo punto su Alain Prost è l’esempio più lampante

Eddie Irvine e Clay Regazzoni, piloti fuori dagli schemi

In quarta fila abbiamo due personaggi che hanno perso un mondiale quasi allo stesso modo, praticamente all’ultima giornata. Eddie Irvine e Clay Regazzoni non sono i classici piloti casa e pista. Fuori dagli schemi, corrono più per passione che per interesse. Una passione che spinge Clay Regazzoni a consigliare la Ferrari sulla scelta di Niki Lauda, senza preoccuparsi che ciò gli avrebbe precluso la vittoria in un mondiale

Patrick Depailler e Stefan Bellof, mancati campioni

In quinta fila, si trovano Patrick Depailler e Stefan Bellof. Due piloti capaci di portare le loro vetture a grandissimi risultati, anche nelle condizioni più avverse. Due mancati campioni, avrebbero potuto avere una grande carriera. Ma Patrick Depailler ha voluto essere diverso da tutti gli altri. Contravvenendo alle disposizioni, antepone la sua passione per il volo alla corsa per il mondiale con la Ligier. La frattura delle gambe in una escursione in deltaplano causa la rottura del contratto e la fine della carriera. Stefan Bellof è un giovane dalle grandi prospettive, alla sua prima stagione in F1 sembra avesse firmato per la Ferrari. Un tragico incidente in una gara di endurance, dopo un contatto con la macchina di Jackie Ickx, lo avrebbe escluso dalla scena

Roland Ratzenberger e Manfred Winkelock, i dimenticati

In sesta fila Roland Ratzenberger e Riccardo Paletti, accomunati da un tragico destino. Roland Ratzenberger morì il giorno prima di Ayrton Senna, il racconto su di lui è incentro sulla lettera che scrive dall’obitorio chiedendo di non essere dimenticato. Nell’ultima fila metto a fianco Manfred Winkelock e Graham Hill. Entrambi protagonisti di cose incredibili, sono due icone che rappresentano la mia versione della F1. Graham Hill vince cinque volte il GP di Monaco con il cambio manuale, Manfred Winkelock è protagonista di un episodio indimenticabile. Quel looping al Nurburgring nel 1980 in una gara di F2 è cosa che mette ancora i brividi

Anni 70, F1 ragionata

Questo è l’ordine che ho seguito in Vite in testacoda. Ma se volessimo fare una distinzione temporale dovremmo parlare della F1 prima e dopo la fine degli anni 70. Una decade, quella degli anni 70, contraddistinta da una F1 ragionata, Niki Lauda il suo alfiere. Degno erede di piloti come Hill, Emerson Fittipaldi e Jackie Stewart. Clay Regazzoni e Patrick Depailler fanno da contraltare alle eccezioni James Hunt e Mario Andretti. Il primo vince un mondiale più unico che raro nella storia della F1, il secondo ha una macchina talmente più forte da permettersi di sprecare alcune occasioni di vittoria. Se così non fosse stato. Mario Andretti e Ronnie Peterson avrebbero fatto man bassa di vittorie. Jody Scheckter ha vinto il mondiale più ragionato della F1. Entriamo in un nuovo ordine di idee, bisogna calcolare

L’incidente di Niki Lauda uno spartiacque, quello di Ayrton Senna un punto di non ritorno

Dopo l’ incidente di Niki Lauda però cambia tutto. Cambiano i criteri di sicurezza, alcune piste vengono cancellate dal calendario del circus, altre vengono ritoccate. Il circuito di Monza, per esempio, viene ritoccato pesantemente. Con il tempo anche Silverstone e poi ancora Spa-Francorchamps. Dopo il 1982, l’anno nero della Formula Uno, si decide per la svolta decisiva. Fino ad arrivare all’incidente di Ayrton Senna nel 1994, l’ultimo incidente mortale. Niki Lauda e Ayrton Senna fanno quindi da spartiacque. La morte di Ayrton Senna a Imola, il 1 maggio 1994, è un punto di non ritorno. Si conclude un periodo nel quale ha dominato una F1 molto tecnica che aveva caratterizzato gli anni 80, a sua volta subentrata alla velocità poetica di Gilles Villeneuve

Anni 90, la F1 del non sorpasso

Con la scomparsa di Ayrton Senna, qualcosa cambia ancora – sottolinea l’autore di Vite in TestacodaGli anni 90 sono gli anni della F1 del non sorpasso. Sorpassi che ormai non avvengono più in pista ma ai box. Tra pit stop, cambi gomma e rabbocchi di benzina. Quanta differenza da quel GP di Francia 1977, il mio primo Gran Premio visto in televisione, nel quale Mario Andretti strappò la vittoria a John Watson con un sorpasso all’ultima curva! Emozioni da cineteca, ormai la strategia la fa da padrona. Ma non sempre con risultati apprezzabili, almeno dai tifosi. La sparizione della ruota durante il pit stop di Eddie Irvine nel GP di è qualcosa che grida ancora vendetta

Ritorno al passato, perché i piloti tornino a guidare e non farsi guidare

Gli ultimi venti anni non hanno più nulla di poetico, la F1 è in mano sempre agli stessi. Una monotonia assoluta, interrotta solo nel 2016 da Nico Rosberg. L’evoluzione tecnica ha portato inevitabili cambiamenti ma sono sempre più convinto che sia necessario un parziale ritorno al passato. Senza dubbio la F1 del passato era più pericolosa ma le gare erano più vere, i piloti facevano la differenza. Auspico perciò una riduzione dell’impatto della strategia. la soluzione sarebbe un unico pit stop durante la corsa. Il ritorno al cambio manuale, con il cambio automatico utilizzabile solo in caso di gravi difficoltà, riporterebbe invece i piloti ad essere realmente protagonisti della corsa. Ma soprattutto il recupero delle piste veloci, come era una volta Silverstone, renderebbe le gare più vere. Perché i piloti tornino ad avere la necessità di guidare, non di farsi guidare

News Reporter

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa i cookie. Continuando a visitare queste pagine accetti la nostra Cookie Policy. Leggi di più

Questo sito abilita l'utilizzo dei cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Se vuoi saperne di più sull’utilizzo dei cookie nel sito e leggere come disabilitarne l’uso, leggi la nostra informativa estesa sull’uso dei cookie.

Chiudi