Derby della Madonnina, aneddoti e curiosità (seconda parte)
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Continuiamo il nostro viaggio nella storia dei derby milanesi, così ricchi di aneddoti e curiosità. Nella prima parte (per leggerla cliccare qui) siamo arrivati alla fine degli anni ’40. Ripercorriamo adesso il periodo che va dagli anni ’50 alla fine degli anni ’70. Dalle profonde trasformazioni che rilanciano Milano nel secondo dopoguerra agli anni del boom economico fino alle soglie della “Milano da bere”. Tra la Grande Inter e il Milan del Gre-No-li, la Milano calcistica raggiunge vette altissime. Così alte da esportare la magia della stracittadina meneghina in terra americana. Grandi campioni hanno calcato il prato di San Siro. Tra cambi di testimone e scambi clamorosi, ci accompagnano in questo viaggio gli autori di “Il Derby della Madonnina”

Anni 50, equilibrio ristabilito

La nascita della Rai, l’avvio dei lavori per la metropolitana, l’innalzamento della Torre Velasca. Immagini di una Milano che cambia. Negli anni Cinquanta il legame tra potere economico e potere calcistico si cementifica. Milan e Inter lasciano il segno con sei scudetti vinti nell’arco del decennio, ripristinato l’equilibrio tra le due squadre. “Spezzata la maledizione che la leggenda narra essere stata lanciata dai quarantaquattro soci fondatori dell’Inter” commenta Davide Grassi, coautore di “Derby della Madonnina”. Grandi giocatori calcano il terreno di San Siro, dal celeberrimo Gre-No-Li rossonero agli interisti Lennart Nacka Skoglund, István Nyers, Benito Lorenzi, e l’ex campione del mondo 1938 Alfredo Foni. A difendere le porte delle due squadre, l’interista Giorgio Ghezzi e il milanista Lorenzo Buffon. Protagonisti, questi ultimi, di uno scambio clamoroso quanto polemico che avrebbe portato il kamikaze dal cuore interista a vincere, qualche anno dopo, la Coppa Campioni

1951, la tramontana dello scudetto

Talvolta è proprio il risultato di un derby a decidere le sorti di un intero campionato” – sostiene Mauro Raimondi – E’ quello che successe nel campionato ’50-51 che vide il ritorno del Milan nell’Olimpo del calcio italiano. Campione d’Italia dopo ben quarantaquattro anni, con un solo punto di distacco dall’Inter” Determinante fu il derby di primavera vinto dal Milan 1-0. “Bastarono otto minuti, quel giorno, per decidere gara e torneo. Un gol di Gunnar Nordahl, unico marcatore di una partita che ci si sarebbe aspettati ricca di gol dopo quella corsa inarrestabile che freddò il portiere nerazzurro Angelo Franzosi in uscita. Ma in quel derby, definito dalla stampa deludente e passato alla storia come il derby del vento, straordinari marcatori come Istvan Nyers e Faas Wilkes rimasero incredibilmente a secco. Forse proprio per colpa della fastidiosa tramontana che soffiò sulla città

Benito Lorenzi, un intemperante dal cuore d’oro

In quella partita giocò anche Benito “Veleno” Lorenzi, negli anni protagonista di una ricca anedottica. “E lo fu senz’altro il 6 ottobre 1957, nel 133° derby della Madonnina – conferma Alberto Figliolia – Un temperamento imprevedibile che spesso lo ha portato a comportamenti fuori dalle righe. Dal calcio all’arbitro brasiliano Viana nel corso di Svizzera-Italia 4-1 nei Mondiali 1954, alle provocazioni verso John Charles, dirompente attaccante della Juve. Fino all’ironico appellativo dato a Giampiero Boniperti, fuoriclasse della Juventus, per la sua abitudine di asciugarsi in partita il sudore con un fazzolettino. Ma neppure i suoi compagni di squadra potevano sottrarsi alle sue intemperanze, Nyers si beccò una botta in testa per avere fallito il controllo di un passaggio. Ma Benito Lorenzi aveva anche un cuore d’oro. Come dimostrò il suo farsi carico, fra i pochi nel mondo del calcio, di Sandro e Ferruccio, gli orfani del suo fraterno amico Valentino Mazzola

6 ottobre 1957, storia di un limone al veleno

Dopo un avvio sonnacchioso delle due squadre – prosegue Alberto Figliolia – al 9’ della ripresa Benito Lorenzi piazza uno dei suoi proverbiali scatti verso il fondo, rientra e cade dopo un incrocio con il milanista Luigi Zannier. Concetto Lo Bello assegna il rigore, Inter in vantaggio” Quando il Milan, alla ricerca del pareggio, ottiene un rigore per fallo su Juan Alberto Schiaffino succede qualcosa che rimarrà negli annali dei derby meneghini. “Avviatosi verso la propria panchina per avere qualcosa da bere, Benito Lorenzi riceve da Della Casa un limone. Torna verso il dischetto del penalty, si accovaccia e finge di allacciarsi le scarpe. Ma in realtà colloca furtivamente il limone sotto il pallone. Nessuno in campo se ne accorge, Ernesto Cucchiaroni prende la rincorsa e calcia. Il pallone si perde sul fondo, lontano dai pali. Il derby va così all’Inter, e tutto, forse, per un pezzo di limone”

Anni 60, Milano sulla vetta del mondo

Milano è l’unica città che abbia saputo esprimere due squadre ai vertici della Coppa Campioni, come noi nostalgici amiamo ancora chiamarla”, rammenta Alberto Figliolia. Sono gli anni di Angelo Moratti e Piero Rizzoli, del dualismo in campo tra Sandro Mazzola e Gianni Rivera e quello, sulle panchine, tra Helenio Herrera e Nereo Rocco. Due personaggi, questi ultimi, autentici quanto diversi. “Una conoscenza enciclopedia di dati e nozioni unita a incredibili qualità caratteriali il primo, burbero ma con impareggiabili doti di capacità psicologica e saggezza calcistica il secondo. In campo tanti nomi da far inumidire gli occhi” Armando Picchi e Mario Corso, Karl Heinz Schnellinger e Mario Lodetti, Luisito Suárez e Angelo Sormani, Angelo Domenghini e Pierino Prati, Giuliano Sarti e Fabio Cudicini. Alla fine della decade si contano cinque scudetti, quattro Coppe dei Campioni, tre Coppe Intercontinentali, una Coppa delle Coppe. “Era il boom, non solo calcistico”

1961, il primo derby del “Paron”

1 ottobre 1961, un omone si presenta al suo primo derby. E’ Nereo Rocco, detto “Paron”. “Questo non è il ricordo di un derby – dice Davide Grassi – ma di un uomo, un maestro di vita, prima ancora che un allenatore. Apparentemente semplice e burbero, era in realtà un fine psicologo dello spogliatoio, un allenatore che sapeva farsi rispettare e amare dai giocatori. Sapeva ridere del calcio, tra un bicchiere di vino e una partita a briscola in osteria. Genuino e poco incline a falsità e compromessi, non rispose alle sirene del mondo dello spettacolo rifiutando una partecipazione cinematografica in un film di Federico Fellini” Per la cronaca, in quel derby il Milan si impose 3-1. Il primo di una lunga serie di successi. Nereo Rocco, con la sua filosofia da persona semplice avrebbe conquistato tutto. In Italia e nel mondo

24 febbraio 1963, per compiere un capolavoro bastano 13 secondi

Per i capolavori possono bastare anche pochi secondi. “Un derby al alta tensione, quello del 24 febbraio 1963, preceduto da una vigilia movimentata dalla pretattica di Helenio Herrera e dall’incidente automobilistico che la sera prima aveva costretto in ospedale Gipo Viani, direttore tecnico del Milan – racconta Alberto Figliolia – Sono passati solo 13″ dal fischio di inizio di Concetto Lo Bello quando Sandro Mazzola infila con un micidiale rasoterra il portiere del Milan Enrico Ghezzi. A conclusione di una azione corale nella quale tecnica, estro e spirito di squadra accendono gli animi dei quasi 80.000 spettatori” Finisce 1-1, Luisito Suarez sbaglia anche un calcio di rigore. “Pare non sia stato fischiato dall’arbitro Concetto Lo Bello ma autoassegnatosi dai giocatori del Milan che ne hanno male interpretato le mosse. Una versione mai smentita dall’arbitro siciliano. A Sandro Mazzola rimane la soddisfazione di aver segnato il gol con il quale l’Inter stacca la Juventus e si invola verso lo scudetto

15 novembre 1964, Basletta superstar

15 novembre 1964, 9° giornata di campionato. “Giovanni Lodetti avrebbe dovuto marcare Luisito Suarez, cosa che non lo entusiasmava proprio – racconta Mauro Raimondi – Era un autentico corridore del centrocampo, Giovanni Lodetti detto “Basletta”. “Ma quel giorno i ruoli si capovolsero, con il fuoriclasse dell’Inter costretto ad rincorrere per tutta la partita il mediano rossonero. Assurto a protagonista della giornata, lui che protagonista non ha mai voluto esserlo. Risultato? Il Milan vinse grazie alla sua doppietta e al gol finale di AmarildoDue gol pregevoli, una bordata di sinistro da una ventina di metri che si infila nel sette e un tiro, dopo uno slalom tra Armando Picchi e Tarcisio Burnich, che piega le mani a Giuliano Sarti. “Due prodezze non casuali. In fin dei conti in 288 gare ufficiali ha segnato 26 gol e se il Milan ha trionfato in Italia e nel mondo lo deve pure a lui

28 marzo 1965, quando le spiagge brasiliane sono più verdi del prato di San Siro

Al derby del 28 marzo 1965 Inter e Milan si presentano come le ultime due detentrici della Coppa dei Campioni. Non è un caso, Milano, traino dell’Italia, è in pieno boom economico. Il Milan però arriva al derby in una situazione difficile.”Dopo aver dominato il campionato – racconta Alberto Figliolia – è caduto in crisi proprio in concomitanza con il sospirato ritorno di Josè Altafini, per buona parte del campionato esiliato in Brasile a causa di contrasti con la società” Lontani per il “brasileiro di Piracicaba” i fasti del Milan scudettato di Luigi “Cina” Bonizzoni nel quale era protagonista nei derby a suon di gol. “Il suo rientro non giova alla squadra, la sua presenza in campo è impalpabile. L’Inter vince 5-2 con doppietta di Sandro Mazzola che segna su assist degli scatenati Luisito Suarez e Mario Corso” Il Milan esce dal campo con le ossa rotte, l’Inter vola verso lo scudetto.

Renato Cappellini, da Soncino con furore

I miei primi ricordi calcistici risalgono al campionato 1966-67, contrassegnato anche da quel derby marchiato a fuoco dal 4-0 interista nel 156° derby della madonnina rammenta Albero Figliolia – E’ viva in me, come fosse ieri, la foto in prima pagina del «Corriere d’Informazione», quotidiano serale che ritraeva un gruppo di giocatori interisti esultanti attorno a Giacinto Facchetti che saltava altissimo per la gioia. Il gigante buono, il gentleman dei campi era stato uno degli autori delle reti di un derby da massacro. E ricordo anche la figurina dell’album Panini di Renato Cappellini, colui che era diventato il mio idolo. Figlio di un agricoltore, partito da Soncino a cercar gloria, fu scoperto e portato all’Inter da Giuseppe Meazza, uno che di calcio e calciatori se ne intendeva. E a Soncino sarebbe definitivamente tornato, alla fine della sua splendida parabola sportiva

Un gol da cineteca

Centravanti potente e tecnico, dotato di gran fiuto del gol, era abilissimo nella manovra e mai egoista. Capace di fenomenali incornate o di sorprendenti prodezze balistiche. Come quella segnata in quel derby, il 2 aprile 1967. Un colpo al volo di pieno collo destro su traversone di Luisito Suárez. Una rete tra le più belle nella centenaria storia dei derby, tanto spettacolare da far venire giù lo stadio dagli applausi. Se Pelé avesse realizzato quel gol ne avrebbe parlato tutto il mondo, commentò Gianni Brera. La Gazzetta dello Sport gli diede 9 in pagella. Per Cappellini, un gol e una giornata da incorniciare

2 aprile 1967, un raggio di sole prima del buio

Uno scarto tanto ampio a favore dell’Inter non si verificava da un 7-3 del 1920 – evidenzia Alberto Figliolia – Eppure il Milan rischiò di raddrizzare la sfida con un gran colpo di classe di Gianni Rivera direttamente da calcio d’angolo, complice anche una incertezza del portiere nerazzurro. Dopo il raddoppio di Giacinto Facchetti, però, non ci fu più partita. Un destro ad effetto di Luisito Suarez e una bordata di Angelo Domenghini, una di quelle che era solito scaricare addosso a Giuliano Sarti in allenamento, fissarono il risultato sul definitivo 4-0. Un risultato che avrebbe potuto essere più ampio se l’arbitro, Fulvio Pieroni, avesse accordato un paio di rigori per falli di Roberto Rosato e Karl-Heinz Schnellinger su Sandro Mazzola e sullo scatenato Cappellini” Una partita indimenticabile, prima che sull’Inter di Heriberto Herrera calasse il buio di una stagione amarissima di soddisfazioni.

29 giugno 1969, il derby della madonnina si trasferisce a New York

Quel giorno d’estate del 1969 si gioca un derby quanto mai insolito, va in scena la finale della prima edizione del Torneo di New York. Tra i neo campioni d’Europa e la leggendaria, se pur agli sgoccioli, Grande Inter. “Occasione per il Milan – spiega Mauro Raimondi – di prendersi una rivincita dopo che i nerazzurri, dieci giorni prima, li avevano strapazzati con un secco 3-1 nella finale del Trofeo di Milano. La finalissima del torneo newyorchese non tradì infatti le aspettative, “spettacolare come un derby d’altri tempi” Alla fine dei primi 45’ il tabellone segnava 4-3 per i rossoneri, risultato che aveva un illustre precedente nel mitico 6-5 del 1949. “E che fosse un derby speciale lo confermò la ripresa, durante la quale il Milan piazzò, nei sei minuti iniziali, il break decisivo. Vun per un fà mal a nisùn, come si dice dalle nostre parti

Anni 70, Milano non è più il baricentro

Dopo i fantastici anni ’60, la Milano calcistica subisce una certa flessione. La città non è più la stessa, sempre più violenta e preda dei conflitti sociali esplosi nella seconda metà della decade precedente. “Dopo il dominio dei due decenni precedenti – sottolinea Mauro Raimondi – il baricentro del calcio italiano si sposta a Torino. Gli anni Settanta portano a Milano solo una Coppa delle Coppe (vinta dal Milan nel 1973) e uno scudetto a testa, anche se entrambi indimenticabili” Con un passaggio di testimone, nell’anno della Stella milanista, dall’ “anziano” Gianni Rivera al giovanissimo Franco Baresi. Mentre sul versante derby, il decennio vede una certa superiorità del Milan culminata nel 1977 con la vittoria nella finale di Coppa Italia disputata proprio a San Siro. “L’ultimo trofeo che il Paron regala al Milan, prima dell’addio al calcio a fine stagione” A fargli compagnia, Sandro Mazzola. Anche lui alla sua ultima stagione.

1971, cambio di marcia in casa nerazzurra

L’Inter in quella stagione era partita decisamente male, dopo la settima giornata i punti in classifica erano sei. Solo uno sopra la zona retrocessione. Una crisi impensabile, resa ancora meno accettabile dal dominio rossonero in campionato – racconta Alberto Figliolia – La reazione degli anziani del gruppo non tardò a farsi sentire. A cominciare dalla cacciata a furor di popolo dell’allenatore,il paraguaiano Heriberto Herrera. Un fachiro della fatica che, dopo un passato da ottimo calciatore, da allenatore aveva strappato uno scudetto proprio all’Inter nel 1967 guidando una Juventus in versione combattente e operaia, costruita a sua immagine e somiglianza” Fu sostituito con l’allenatore delle giovanili, Giovanni Invernizzi di Albairate detto Robiolina. “Vecchio cuore interista provvisto di eccellenti conoscenze tecniche e dotato di enorme buon senso. Ristabiliti clima e rapporti tra i giocatori, recuperò alcuni anziani del gruppo e apportò i debiti cambiamenti tatticiE l’Inter ricominciò a volare.

7 marzo 1971, gli ultimi fuochi della Grande Inter

Ne uscì una squadra rianimata dai gol di Roberto Boninsegna e dalle magie di Mariolino Corso, coesa come non lo era mai stata ad inizio campionato – sottolinea Alberto Figliolia – Senza contare che in quella squadra giocavano ancora tanti protagonisti della Grande Inter” In quel decisivo derby del 7 marzo 1971 l’Inter, imbattuta da ben tredici turni e a tre punti dalla capolista Milan, parte a razzo. “Già al 10’ Roberto Boninsegna, detto Monatto, colpisce la traversa. Due minuti dopo, Mario Corso sorprende il ragno nero Fabio Cudicini con una punizione rasoterra senza aspettare il fischio dell’arbitro. Al 31′, su cross dalla sinistra di Jair e incornata di Roberto Boninsegna deviata da Luigi Maldera, giunge come un assatanato Sandro Mazzola che di testa la butta dentro per il 2-0 definitivo Un derby epocale, vinto contro un Milan molto forte. “L’Inter aveva Mario Corso e Sandro Mazzola

24 marzo 1974, come sentirsi una figurina in campo

Luigi Pizzaballa – afferma Alberto Figliolia – ha avuto il grande torto di essere stato un’introvabile figurina dell’almanacco del calcio, cosa che ha segnato un’intera generazione di giovani calciofili” Per ventidue anni professionista del pallone, in quel 177° derby della madonnina del 24 marzo 1974 a difendere la porta del Milan c’è lui. Più che una partita, quel derby fu però una mattanza. “Dopo neanche dieci minuti l’Inter conduceva 3-0, il povero Luigi Pizzaballa completamente frastornato, gli spalti ammutoliti. Al gol di Luciano Chiarugi, funambolica ala milanista che sigla il 3-1, non fa eco Albertino Bigon che spreca l’occasione per riaprire la partita. Ci pensano viceversa Sandro Mazzola e, nella ripresa, Mariani a chiuderla sul 5-1-. E se da una parte c’è un Lido Vieri paratutto, dall’altra c’è chi si sente, per una volta, una figurina

1977, Milan-Inter 2-0. L’ultimo regalo del Paron

A proposito di ricordi – aggiunge Davide Grassi – mi sovviene il derby della finale di Coppa Italia 1976-77. Era stata una stagione difficile, caratterizzata dal fallimento sulla panchina di Giuseppe Marchioro, dallo spareggio-salvezza vinto alla penultima giornata e dalla eliminazione dalla Coppa Uefa ad opera dell’Atletico Bilbao. La Coppa Italia era così diventata un obiettivo importante da non lasciarsi sfuggire. E anche se in Italia non ha lo stesso fascino che emana in altri Paesi, quando si arriva in finale, oltretutto contro l’eterna rivale cittadina e dopo aver fallito un’intera stagione, bisogna vincere” Il Milan ci riuscì. “Quel trofeo fu l’ultimo regalo del Paron prima di abbandonare definitivamente il calcio, ne ascoltai la radiocronaca da una radio gracchiante che oggi ha un non so che di romantico. Se un giorno dovessero inventare la macchina del tempo, vorrei tanto tornare a quella dolce e spensierata serata d’estate

18 marzo 1979, il derby sfugge ai pronostici

Alla ennesima sfida, il 18 marzo 1979, il Milan si presenta primo in classifica. Davanti al sorprendente Perugia e all’Inter, quest’ultima staccata di sei punti. “E’ un Milan che ha i suoi punti di forza in Aldo Maldera, Albertino Bigon, Ricky Albertosi, in un giovanissimo Franco Baresi e in un Gianni Rivera al crepuscolo della carriera e utilizzato part-time. Ma, come spesso accade, i favori della vigilia non vengono rispettati.”Dopo un primo tempo senza reti ma dominato dall’Inter, il Milan subisce il gol di Gabriele Oriali al 50’ e quello di Alessandro Altobelli al ’78 , dopo che questi aveva fallito un calcio di rigore. “La partita sembra finita, qualcuno tra il pubblico inizia ad abbandonare lo stadioInvece l’Inter si fa sorprendere da due tiri del mediano Walter De Vecchi, rispettivamente ai minuti 80 e 89.

Un pareggio che vale lo scudetto, l’Avvocato ci mette lo zampino

Lo chiamavano l’Avvocato, per i suoi studi in Giurisprudenza – racconta Davide Grassi – Che si sia poi laureato o meno non lo so e, in fondo, poco importa. A contare è ciò che fece in quel derby.” Nato all’ombra della Madonnina, Walter De Vecchi era il mediano di un Milan che veleggiava verso l’agognata Stella.Non era un fenomeno. Legnoso e lento nei movimenti, poteva però contare su una buona geometria di gioco e su un tiro secco e preciso” E proprio il suo tiro fece la differenza quel giorno. “Due tiri secchi che beffarono Ivano Bordon, portiere nerazzurro. Per il Milan la partita si trasformò improvvisamente da sconfitta inevitabile a pareggio dalle emozioni inaspettate perché strappato con i denti negli ultimi minuti, quando ormai regnava la rassegnazione. Ancora oggi molti ricordano quel derby per quelle due reti decisive per il decimo scudetto milanista

FINE SECONDA PARTE

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