Ventotto metri, dichiarazione di amore per la pallacanestro
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“Ventotto metri” non è il classico libro sulla pallacanestro ma un espediente letterario per parlare anche di altro. La narrazione di un percorso di crescita e di vita attraverso episodi, spesso autobiografici, che nel basket hanno il loro filo conduttore. Partite famose, protagonisti fantastici, giocate celebri. Ma anche storie inventate o, più semplicemente, romanzate dall’autore, il giornalista Roberto Gennari. Con l’obiettivo di cogliere, del basket, le tante sfaccettature che sono, a ben vedere, le tante sfaccettature della vita di ognuno di noi. Ognuna delle quali merita di essere raccontata. Perché “Ventotto metri” (BradipoLibri Edizioni), come scrive Andrea Avato nella prefazione, è la storia di Roberto. Ma è anche la storia di chi sta dall’altra parte del libro. Di seguito, intervista all’autore.

Ventotto metri, racconto senza retorica

Con questo libro – afferma Roberto Gennari, autore di “Ventotto metri” – ho voluto dimostrare, senza retorica, come il basket sia lezione di vita e strumento di integrazione. Permette di superare tanti pregiudizi, più di altri sport ha una vocazione multiculturale e multietnica. E’ sufficiente vedere quanti, tra giocatori ed allenatori provenienti da fuori Europa, si siano perfettamente inseriti nella vita del nostro Paese, anche dopo la loro carriera in campo. Alcuni nomi? Dan Peterson, Bob Morse, Bob Lienhard, Joe e Kobe Bryant. Ma l’elenco potrebbe essere lunghissimo!

Pallacanestro, gioco dalle mille sfacettature

Roberto Gennari, nel 1998, è arrivato ad un passo dalle semifinali juniores in Serie C regionale (l’autore del libro è toscano). Dalla pallacanestro ha ricevuto insegnamenti che gli sono tornati utili, al di fuori del campo. “Il libro ha chiari tratti autobiografici, ma ciò che racconto di me stesso può essere valido per ognuno di noi in ogni situazione quotidiana. Per esempio, sul lavoro capita a tutti di avere una giornata poco performante. Ti rendi conto di non rendere al meglio, e allora cerchi l’aiuto dei colleghi o ti dedichi ad altre mansioni. Con la consapevolezza di chi ti puoi fidare, così come succedeva durante una partita. In campo, quando capitava di non azzeccare neanche un tiro ti dedicavi alla fase difensiva o fare qualche passaggio in più ai tuoi compagni. Il mio, però, è un esempio, ognuno di noi vive la pallacanestro a proprio modo. E dalla pallacanestro trae gli insegnamenti che ritiene giusto trarre. La pallacanestro ha mille sfaccettature, come la vita

Sport di squadra, con la più alta componente individuale

Ma la pallacanestro è anche bellezza estetica, il fascino del gesto atletico. Nel gesto del singolo se ne riassume l’essenza. “C’è una caratteristica che mi piace ricordare, la pallacanestro è lo sport di squadra con la più alta componente individuale. La giocata del singolo può, più che in altri sport, fare la differenza. Basta pensare a LeBron James o, qualche anno fa, Michael Jordan. E in Italia a Dino Meneghin, senza escludere la mia personale predilezione per Gianmarco Pozzecco. Anche con le sue stranezze, come i capelli tinti di rosa in occasione della finale Treviso-Varese del 1999

Una partita contro i giganti d’oltreoceano, la scintilla

Un amore, incondizionato, quello verso la pallacanestro. Esploso in occasione di Italia – Usa,1998. A quattro giorni dalla partenza per i Mondiali di Atene, l’Italia avrebbe dovuto giocare contro i giocatori Nba. Guidata in panchina da Bogdan Tanjevic e in campo da Carlton Myers, giocò invece, a causa dello sciopero, contro una selezione di professionisti che giocavano in Europa. Ma fu sufficiente per fare scoccare la scintilla “Ero arrivato all’ultimo momento, trovai dai bagarini un biglietto per il parterre al costo di un biglietto per i posti più in alto a sedere. Una vera fortuna” Fortuna inaspettata, anche dentro il palazzetto. “Quale emozione vedere i time out dietro le panchine. Oltretutto in compagnia di Roberto Brunamonti, al finire della carriera ma già leggenda, che sedeva di fianco a me. Fu il mio primo contatto dal vivo con la pallacanestro di alto livello, altra cosa rispetto alle partite, se pur emozionanti, viste in televisione”

Largo alle emozioni

I ricordi emergono, un po’ alla volta. Le emozioni si fanno largo, gli stati d’animo di un tempo, mai sopiti, riemergono. “Un giocatore al quale mi sento molto legato è Marco Mordente, forse anche perché è mio coetaneo. Ma la squadra che mi emoziona ancora adesso è la Nazionale di Atene 2004. Protagonista di un quinquennio memorabile nel quale ha vinto medaglie olimpiche e Campionati Europei. Ho bellissimi ricordi legati a giocatori come Gianmarco Pozzecco, Andrea Meneghin, Gregor Fucka, Gianluca Basile. Straordinari protagonisti della vittoria in semifinale contro la Yugoslavia di Predrag Danilovic e Aleksandar Djordjevic che ci ha aperto la strada verso la conquista dell’oro olimpico

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