Andrea Comencini: “Sei ore in macchina solo per allenarmi”; il recordman dell’inline che punta alla nazionale
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L’uomo che ha vinto più titoli nella storia dell’hockey inline italiano. Ma anche quello che si mette in macchina e percorre la tratta Bolzano-Milano (e ritorno) solo per un allenamento o una partita. Andrea Comencini, (foto Semino), classe 1982, è questo e molto altro. Lui che, quest’anno, difende ancora una volta i colori del Milano Quanta. Ma per l’ultima stagione, perché ha già annunciato che appenderà le rotelle al chiodo.

Andrea Comencini, è la sua ultima stagione: come la sta vivendo? 

“Male per colpa del covid, mi sarebbe piaciuto disputare una stagione come si deve dall’inizio alla fine. Ma anche bene, perché cerco di divertirmi il più possibile e di vincere tutto quello che ci sarà da vincere”.

Ma quanti trofei ha vinto nell’inline?

“Me lo chiedono spesso e non me lo ricordo mai, aspetti che me lo sono segnato… sa, mi è andata bene, ho sempre giocato in squadre che lottavano per il successo. Per la precisione sono 31, tra Scudetti e coppe varie”.

Quello che le ha lasciato il ricordo più bello?

“Ci ho pensato più di una volta, tutti hanno il loro fascino. Il primo scudetto, nella stagione 2005/2006 con gli Asiago Vipers, è il primo. E quello non si dimentica, anche se giocavo poco. L’anno dopo invece l’ho vinto da protagonista e quindi anche quello ha un sapore diverso. L’anno dopo ancora abbiamo vinto e io ho realizzato il rigore decisivo. Tutti hanno un aspetto romantico e indelebile”. 

Quest’anno, nonostante l’addio annunciato, sta andando alla grande… 

“Non so quale sia il vero motivo. Diciamo che “prendo la porta”, mentre gli altri anni passavo spesso il disco a Banchero e Lettera…  quest’anno sono un pelo più egoista. Ma aspettiamo aprile/maggio per tirare le somme, finora ho realizzato tre reti contro Piacenza che non contano e un paio alle prime giornate”.

Com’è quest’annata post covid? 

“Un disastro. Era partita benissimo, l’idea di giocare due partite a settimana, un master round e poi i playoff era perfetta. Poi io vengo dal ghiaccio, disputare due gare a settimana è la normalità. Era molto più bello, obiettivamente ci si diverte tutti di più, meglio giocare che fare allenamento. Poi il covid ha complicato parecchio le cose e noi a Milano  ne abbiamo risentito parecchio. A parte 3/4 persone abbiamo preso tutti il virus e la società, sempre molto sensibile su questo argomento, ogni volta che c’era un positivo ci lasciava a casa tutti. Tra una cosa e l’altra ci siamo allenati pochissimo, dopo Natale è come se fosse cominciato un terzo campionato e ovviamente la condizione fisica scarsa e la mancanza di gare non disputate ha fatto sì che, ad oggi, non abbiamo ancora raggiunto il top della forma, fisica e mentale. Lo dimostrano le ultime due gare contro Padova e Verona, dove sono passati in vantaggio per primi gli avversari”. 

Veniamo all’attualità: come giudica l’operato della federazione nell’imporre il 6 in classifica alla vostra squadra che si è rifiutata di scendere in campo contro Torino e Vicenza? 

“Se c’è regolamento va rispettato, quindi l’operato della federazione è stato corretto a termini di regolamento. Ma il coronavirus c’è dall’anno scorso, lo si sapeva già in estate. Non so se sia stato sottovalutato o cosa, lo sapevano tutti che ci sarebbe stata una seconda ondata. In primis hanno sbagliato le società ad accettare il vecchio protocollo della federazione, che sebbene facesse acqua da tutte le parti era quello che comandava al tempo. E quindi do ragione alla federazione. Però do ragione anche al Milano Quanta, che preferisce mettere al primo posto la salute di giocatori e componenti della squadra. Quando abbiamo deciso di non giocare le due partite in questione, la società era conscia e sapeva che rischiava di perdere a tavolino. Ma l’ha fatto perché quella era la sua idea”. 

Un modo di agire che ha portato a un risultato concreto, con la federazione che ha imposto i tamponi pre gara per tutti

“Il tutto grazie alla testardaggine del Milano Quanta. Sarebbe bello che anche altre squadre facessero valere le loro idee, piuttosto che ringraziarci per quanto fatto e basta.

Torniamo al Comencini atleta, lei vive a Bolzano…

“Giusto. Fortunatamente ho un lavoro che mi permette di avere tanto tempo libero. Finisco alle 12/13, i pomeriggi sono tutti per me. Di norma partiamo alle 17 io e Belcastro. Ci diamo appuntamento al parcheggio dell’autostrada e arriviamo a Sirmione. Lì ci aspettano Luca Rigoni, Ederle e Battistella. E si va tutti a Milano”.

Un bel tragitto…

“Il viaggio alla fine passa. Siamo sempre in 5/6, te la racconti, ridi, scherzi… però arrivi a fine stagione che sei veramente stanco ed è per questo che smetto. Spendere tre ore per arrivare a Milano ed allenarmi o giocare e altrettante per tornare a casa è dura. Arrivo all’una e mezza e mi sveglio alle cinque [Andrea Comencini è un grossista di fiori, ndA], è tosta”.

Ma cosa vuole fare da grande Andrea Comencini?

“Mi piacerebbe rimanere nel mondo dell’hockey inline. Mi ero candidato come consigliere federale in quota atleti ma non sono stato eletto. Però farei qualcosa con la nazionale italiana, non di certo l’allenatore o il secondo allenatore, non ho molta pazienza. Sarei un allenatore vecchio stile, un sergente di ferro. Oggi tutto questo non funziona più con i giovani, bisogna essere più diplomatici”

Chiediamo a Luca Rigoni (coach del Milano Quanta e ct della nazionale italiana, ndr)?

“Sto cercando di intortarlo, vediamo cosa portiamo a casa (ride, ndr)”

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News Reporter
Calabrese di nascita e milanese d'adozione, giornalista dal lontano 2001. Specializzato in ambito sportivo e appassionato del mondo dei videogiochi. Adora Kakà, innamorato da sempre di Van Basten, tanti anni divisi tra aule universitarie e campi di calcio l'hanno portato, alla fine, ad intraprendere il lavoro più bello del mondo. Quello del giornalista.

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