Remo Gandolfi: “Racconto il calcio del quale abbiamo perso traccia”
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Da anni collaboratore di una importante testata dedicata al calcio, Remo Gandolfi ha recentemente pubblicato un ebook per quelli della Bradipo Libri nel quale ci propone ritratti di calciatori, italiani e stranieri, che hanno lasciato il segno nel nostro campionato. Uomini che hanno giocato a calcio, con un vissuto intenso e una storia particolare da raccontare. Nomi più o meno conosciuti, dietro tutti loro si cela qualche retroscena che li rendi unici al di là del loro valore in campo. Di seguito, l’intervista a Remo Gandolfi, autore di ” Miti, matti e meteore

Remo Gandolfi e la rivisitazione di un calcio perduto

Ho voluto scavare sotto la superficie – afferma Remo Gandolfi, autore di “Miti, matti e meteore” – Per recuperare quello che non è tanto reclamizzato oggi e far rivivere quel calcio del quale abbiamo perso tracciaNe sono protagonisti i calciatori che per una serie di motivi rientrano nelle categorie oggetto della narrazione di Remo Gandolfi. “Sempre e comunque – puntualizza l’autore – meritevoli di avere un posto nella bacheca dei ricordi” Il loro passato è molto particolare, non necessariamente hanno fatto sfracelli nel nostro campionato. Ma, proprio per la loro particolarità, hanno lasciato il segno. “Sono tutti calciatori che hanno storie da raccontare. Perché oggi più che mai c’è bisogno di storie

“Miti, matti e meteore”, carrellata di calciatori al di fuori degli schemi

Sono uomini che hanno giocato a calcio, al primo posto ho messo le loro esperienze personali. Senza esimermi dal raccontare miti come Gigi Riva e Roberto Boninsegna, Elkjaer Larsen e Glenn Stromberg, ho recuperato le vicende di calciatori al di fuori degli schemi o dal talento giocoforza mai completamente esploso” Calciatori sui generis, come Alviero Chiorri e Ezio Vendrame. “Due matti autentici, assolutamente anticonformisti. Spinti più dalla voglia di vivere che dalla professionalità stretta” Nella carrellata di ritratti di “Miti, matti e meteore” rientra anche Alvise Zago. Un talento tra i più puri del calcio italiano, un predestinato. “Uno di quei giocatori al quale la fortuna ha voltato le spalle. Una carriera finita nel momento stesso nel quale sembrava destinata a decollare. Tutto per colpa di un infortunio, in quel Torino-Sampdoria di trentadue anni fa che lo relegato al ruolo di splendida meteora del calcio italiano

Agostino Di Bartolomei, il capitano silenzioso

Altri, invece, sono stati traditi dallo stesso mondo del calcio. Uno su tutti, Agostino Di Bartolomei. Romano e romanista, giocatore imprescindibile negli schemi di Nils Liedholm, Agostino Di Bartolomei sarà ripudiato dalla sua stessa città. “Costretto a trasferirsi al Milan per via dell’arrivo di Goran Ericksson sulla panchina giallorossa – ricorda Remo Gandolfi – non gli verrà mai perdonata dai suoi vecchi tifosi l’esultanza dopo un gol contro la Roma. Fino a cadere nell’oblio, dopo tutto quello che aveva dato a quella squadra e a quella città” Un destino amaro, finito in tragedia. “Aveva un carattere chiuso, era introverso e taciturno. Dimenticato dal mondo del calcio, è sparito fino a scivolare nel buco nero della depressione. Probabilmente si aspettava qualcosa da quel mondo al quale aveva dato tanto, l’ingratitudine dimostratagli ha avuto gli esiti che conosciamo

Pierino Prati e Roberto Boninsegna, icone troppo presto scaricate

Carriera, quella di Agostino Di Bartolomei, per certi versi simile a quella di calciatori come Pierino Prati e Roberto Boninsegna. “Due icone assolute, cedute, contro la propria volontà, dai rispettivi club nei quali avrebbero giocato a vita e ai quali ancora tanto avrebbero potuto dare ancora. Il primo considerato finito a 27 anni per una pubalgia, il secondo protagonista di uno scambio con gli avversari di sempre perché considerato bollito. Fermo poi vincere in tre anni di Juventus più di quanto avesse vinto in sette anni all’Inter” Di Pierino Prati, idolo della sua infanzia, l’autore del libro parla con particolare enfasi. “Sono molto legato alle storie dove ho potuto conoscere le famiglie e magari anche i protagonisti. Quella chiacchierata con Pierino Prati mi ha permesso di scoprirne una parte mai sufficientemente raccontata

Dualismi inesistenti, problema atavico del calcio italiano

Difetto atavico del calcio italiano, si sa, è quello di non saper conciliare i talenti. Per anni Gigi Riva e Pierino Prati, sono stati incomprensibilmente considerati antagonisti in Nazionale. “In realtà erano assolutamente compatibili. Insieme, a dire dello stesso Pierino Prati, avrebbero potuto fare grandi cose” Il dualismo inesistente tra Gigi Riva e Pierino Prati rimanda a quello arcinoto e altrettanto inesistente tra Sandro Mazzola e Gianni Rivera. “E pensare che nel Brasile di quel Mondiale ’70 giocavano ben cinque numeri 10. Gerson, Rivelino, Jairzinho, Pelè e Tostao. Ma la filosofia calcistica era diversa, parola d’ordine fare giocare i migliori. Sempre

Gigi Riva e Gerd Muller, fuoriclasse del gol dai destini contrastanti

Della compagine italiana di quel mondiale faceva parte Gigi Riva, uno dei capitoli del libro è dedicato a lui. “Gigi Riva condivide con Gerd Muller il posto tra i più strepitosi cannonieri del calcio del secolo scorso. Di lui non si può non raccontare l’attaccamento alla terra che lo fatto crescere calcisticamente e a quella maglia alla quale non ha mai rinunciato nonostante offerte da far perdere la testa Accomunati dalla grandezza in campo, fuori dal campo Gigi Riva e Gerd Muller hanno seguito percorsi diversi. “Quella di Gerd Muller è una delle storie più interessanti, nella sua tragicità, che si possa raccontareAnche lui, come Agostino Di Bartolomei, in lotta contro il demone della depressione. “In una bottiglia ha cercato di colmare il vuoto esistenziale che lo attanagliava. Salvato dai vecchi compagni Uli Hoeness, Franz Beckenbauer e Karl Heinz Rumenigge che lo hanno ingaggiato nello staff tecnico del Bayern Monaco dopo avergli pagato le spese per la disintossicazione”

Pierluigi Casiraghi, un lottatore

E se Gerd Muller ha dovuto lottare contro l’alcol e la depressione, Pierluigi Casiraghi ha dovuto lottare contro scelte societarie ed infortuni. Gran lottatore e gran colpitore di testa, era dotato di mezzi fisici che gli consentivano di infastidire, e non poco, difensori di provata esperienza. “In una amichevole disputata dalla Juventus di Giovanni Trapattoni contro il Monza fu marcato da Sergio Brio con molte difficoltà. Tanto da portare lo stopper bianconero a suggerirne l’acquisto da parte del club” Cosa che di fatto avvenne, Casiraghi avrebbe vestito la maglia bianconera per quattro anni a conclusione di una contesa con il Milan (del quale peraltro Pierluigi Casiraghi era tifoso). Per poi passare alla Lazio, squadra nella quale si sarebbe guadagnato il soprannome di Tyson Casiraghi. “Gli acquisti folli della Juventus prima e della Lazio poi, non gli hanno però consentito di avere adeguati spazi. Emigrò nel Chelsea dell’allenatore-giocatore Gianluca Vialli ma un drammatico incidente pose fine alla sua carriera, a soli 29 anni

Walter Casagrande, ancora oggi la sua immagine sventola sugli spalti

Quando è arrivato in Italia, in un periodo nel quale arrivavano tutti, si pensò che lo avesse fatto per i soldi. Acquistato dall’Ascoli di Costantino Rozzi dopo aver giocato una finale di Coppa Campioni con il Porto, il brasiliano Walter Casagrande dimostrò invece sul campo di essere ottimo centravanti e grande professionista” Ciò non impedì comunque all’Ascoli di retrocedere in Serie B, Walter Casagrande se ne sentiva in parte responsabile. “Accettò di giocare nella serie cadetta – sottolinea Remo Gandolfi ad uno stipendio decisamente inferiore. Fu lui stesso a proporre di essere pagato a cottimo. E contribuì a riportare la squadra nella massima serie Un attaccamento alla maglia che i tifosi ascolani, a distanza di anni, gli riconoscono. Ancora oggi la bandiera più grande che sventola dagli spalti della curva ascolana riporta l’immagine di Walter Casagrande

Mark Hateley, il centravanti che saliva in cielo

C’è chi nel nostro campionato ci è invece arrivato avvolto da un alone di mistero e tanta curiosità. “E’ il caso di Mark Hateley, giocatore della Serie B inglese approdato in Nazionale che folgorò Nils Liedhom con uno straordinario gol di testa segnato contro il Brasile” Arrivò al Milan nella stagione 1984-85 , nell’anno nel quale sarebbe dovuto arrivare Rudi Voeller che viceversa andò poi alla Roma. “Prima di campionato, si presentò al pubblico di San Siro con uno strepitoso gol, ovviamente di testa, ed un assist vincente a Pietro Paolo Virdis” Il colpo di testa, marchio di fabbrica del giocatore. Memorabile quello segnato nel derby del 28 ottobre 1984, salì letteralmente in cielo surclassando nientemeno che Fulvio Collovati. “Il centravanti rossonero salì in cielo per insaccare alla sinistra di Walter Zenga. Lo stopper dell’Inter e della Nazionale italiana il pallone non lo vide proprio” Nonostante ciò, Mark Hateley viene percepito come una meteora del calcio. “In realtàrammenta Remo Gandolfi – Mark Hateley ha avuto una carriera di tutto rispetto. Dopo i trascorsi con il Milan, ha vinto campionati e coppe nazionali con Monaco e Glascow Rangers”

Liam Brady, intelligenza calcistica e grande professionalità

Una percezione, quella di meteora, che ha sempre accompagnato anche l’irlandese Liam Brady, approdato alla Juventus nel primo anno di riapertura del campionato italiano ai calciatori stranieri. “Reduce dalla finale della Coppe delle Coppe disputata con la maglia dell’Arsenal, vinse le perplessità e la nomea di grandi ubriaconi che circondavano i calciatori anglosassoni. Non solo per i due scudetti vinti con la maglia bianconera, ma anche e soprattutto per la grande professionalità. Suo il rigore decisivo per la conquista del secondo scudetto, siglato nell’ultima giornata di campionato quando era ormai nota al giocatore la sua cessione per l’arrivo di Michel Platini a Torino” Liam Brady avrebbe poi giocato nell’Inter e nella Sampdoria lasciando ovunque traccia della sua intelligenza calcistica. “Ma di lui tutti continuano a ricordare solo le stagioni alla Juventus

Calcio che cambia, qualcuno resiste ancora

Tutte le storie raccontate nel libro sono accomunate dallo stesso filo conduttore. “Sono tutte storie – puntualizza Remo Gandolfi – dove il percorso umano e personale di ognuno con le proprie vicissitudini, imprevisti, propensione alla autodistruzione, hanno una parte preponderante. Ho voluto recuperare il calcio che la mia generazione ha vissuto e che da qualche parte prova a resistereUna resistenza sempre più esigua sotto i colpi delle trasformazioni del calcio degli ultimi decenni. “Si tratta di realtà limitate alle serie minori inglesi o al calcio argentino nel quale la scarsità di risorse finanziarie impone l’investimento nel settore giovanile nella speranza che emergano d tanto in tanto quei due/tre talenti da poter vendere per continuare a sopravvivere. Oppure nell’Athletic Bilbao, club del quale sono calcisticamente innamorato per la filosofia che lo contraddistingue. Capace di mettere sotto contratto per 12 anni un giocatore come Julen Guerrero che aveva manifestato il desiderio di giocare nella squadra della sua città natale rinunciando così ad ingaggi importanti”

Riscoprire il calcio del passato, per resistere all’omologazione calcistica

Cose oggi impensabili, con i procuratori che nel calcio attuale fanno il bello e il cattivo tempo afferma tristemente Remo Gandolfi – Ormai il calcio è in mano a soggetti che comprano squadre con la stessa facilità con la qualche noi appassionati compravano una squadra di subbuteo trenta/quarant’anni fa” Un calcio diverso, ormai omologato.Non c’è più valore, passione, senso di appartenenza dichiara rammaricato Remo Gandolfi – Ciò che rendeva bello il calcio con il quale sono cresciuto era la differenza di stili, ogni nazione aveva il proprio. Dalla forza fisica del calcio anglosassone, alla fantasia brasiliana, dalla nostra difesa e contropiede alla organizzazione tedesca. Nel confronto/scontro di stili diversi, nasceva la bellezza del calcio. Questa bellezza è venuta a mancare Ma in un mondo impregnato di tecnologia, qualcosa può tornare utile. “You Tube è una risorsa, tantissimi sono i filmati ai quali attingere per riscoprire il calcio del passato, Se un adolescente volesse – conclude l’autore di ” Miti, matti e meteore” – avrebbe a disposizione un bacino infinito per vedere un calcio diverso ed appassionarsi a quel calcio che ha fatto la storia della disciplina. Per tentare di resistere, contro l’avanzare della omologazione calcistica

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