Dal Milano Baseball a Santo Domingo sognando la MLB: la storia di Nicolò Pinazzi
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Chiamare dall’altra parte del mondo, precisamente a Santo Domingo, per sentirsi dire: “Quello che mi manca di più dell’Italia è il mio bagno privato personale”. È fatto così, Nicolò Pinazzi. Ragazzo sincero, spontaneo, un po’ come quei fiori che crescono senza quasi che te ne accorgi. E lui è sicuramente il fiore più bello dell’intero movimento italiano del baseball, unico europeo a partecipare, nel paese centro americano, allo stage dell’accademia dei Cincinnati Reds. Già, perché Nicolò è il primo giocatore del Milano Baseball a firmare per una franchigia della Major League. E vestirà la casacca dei Cincinnati Reds, la stessa organizzazione che nel 1965 portò il primo italiano nei pro, Alberto “Toro” Rinaldi. 

Nicolò Pinazzi, da Santo Domingo con furore

Nicolò è figlio di Simone Pinazzi, esterno che ha vestito la maglia del Milano Baseball tra il 1986 e il 2002. Scovato da Sal Varriale, rappresentante dei Reds in Italia, a 21 anni inizia la sua avventura americana: “Ho sempre giocato a Milano e per osmosi sono sempre stato vicino al mondo del baseball – ci racconta – l’ultima stagione avrei dovuto farla in prestito a Collecchio, solo che poco dopo ho firmato per Cincinnati e, causa anche il covid, ho saltato la stagione. Non gioco una partita vera da due anni, un po’ mi manca anche perché è quella la parte divertente, non di certo allenarsi”.

Nicolo Pinazzi

Nicolò, ci spiega com’è lì a Santo Domingo? 

“Fa caldo tutto il giorno, un caldo tropicale; ora ci sono 30 gradi e il 95% di umidità (circa le 16 locali, ndr) ma non è molto diverso dal normale. E ci alleniamo con la mascherina”.

Come?

“Sì, non ho ben capito il perché ma è così. Siamo in un camp, nessuno può uscire ed entrare eppure dobbiamo stare con la mascherina tutto il tempo”.

La sua giornata tipo? 

“Sveglia alle 6 del mattino, si fa a dormire presto, tipo alle 21. Al mattino c’è sempre qualcosa da fare, tra test covid, peso, altezza… prima, alle 6.30, colazione con uova, bacon e platano. Devo dire che la colazione è molto buona, perché c’è anche carne, frutta”.

E poi?

“Alle 8 pregano; io non partecipano attivamente, guardo. Ma è una preghiera diversa, parlano di valori, non è tanto legata alla chiesa; ed è una cosa veloce, molto meglio della messa tradizionale”. 

Poi parte l’allenamento?

“Esatto. Siamo in 40 divisi in due squadre, a loro volta divise in quattro gruppi che si allenano su due campi; spesso entriamo in campo senza riscaldamento, parliamo di “pitching Education” e schemi, lo facciamo in campo per avere anche riferimenti visivi; poi tutti in palestra, corsa e si lancia”.

  • Nicolo Pinazzi e papà Simone
  • Nicolo Pinazzi
  • Nicolo Pinazzi
  • Nicolo Pinazzi
  • Nicolo Pinazzi ed Elia Pagnoni
  • Nicolo Pinazzi
  • Nicolo Pinazzi
  • Nicolo Pinazzi
  • Nicolo Pinazzi

Cosa le manca di più dell’Italia? 

Il mio bagno privato personale… qui la struttura è tipo militare, ci sono dieci gabinetti da condividere con tutti; e sul mio letto, non ci dormo benissimo. Terza posizione, immancabile, il cibo chiaramente”.

Cosa si aspetta da questa avventura a Santo Domingo?

“Qui è un camp veloce, dura cinque settimane; io sono arrivato dopo perché prima ho dovuto svolgere le pratiche per ottenere il visto per gli Stati Uniti”.

Si trova bene in linea generale?

“Sono l’unico italiano e l’unico non latino; fuori dall’attività del camp, non faccio nulla, mi alleno tutta la mattina e poi cazzeggio. Gli altri alcuni studiano inglese, io nemmeno (ride, ndr)”

Però ha tempo libero…

“Sì, ma spero anche che la giornata finisca più velocemente possibile… c’è un ping pong, alcuni giocano a domino, mettono un po’ di musica, cantano in spagnolo… ma io non parlo spagnolo”.

E l’accademia?

“Tutto quello che è baseball è veramente di livello, per il resto possiamo discuterne (ride nuovamente, ndr)… diciamo che c’è del verde, le palme, la palestra… però poi ti ritrovi in stanza con altri tre ragazzi, un bagno in condivisione e una mensa che ti propone sempre le stesse pietanze, vale a dire riso, fagioli e pollo all’infinito”.

Essere l’unico non sudamericano o centroamericano non la inorgoglisce?

“Sinceramente ad ora non mi interessa, perché ho ancora molto da lavorare e imparare”.

Programma futuro? 

“La stagione delle Minors è stata spostata causa covid, inizierà verso fine aprile. Dovrei andare negli Stati Uniti con i rookie a fare Spring training, con tutte le squadre delle franchigie in Arizona. Poi, finito il periodo di sei settimane di allenamento, verremo tutti smistati e inizierà la stagione che finirà verso ottobre”.

E poi via all’esperienza con una delle tante squadre dei Cincinnati Reds. Ma se dico MLB? 

“Questo è solo il primo passo verso la MLB, ma siamo ancora lontani, è lunghissima. Sono nel posto giusto ma il più lontano possibile da quell’obiettivo; però sono qui e chi arriva in Major parte da qui. Più rimango, e di conseguenza meno sono in Italia, e più posso diventare forte”.

Si sente forte? 

“No; sono arrivato qua, credo in me stesso però oggettivamente qua sono tutti degli armadi… gente che si allena con questa intensità da tanto, fisicamente devo recuperare, ci vorrà un po’ di tempo. Ma ribadisco, è qui che si diventa forti”.

E Milano le manca? 

“Io abito in zona 4, vicino a Piazza Cinque Giornate; il mio locale di fiducia, quello dove passavo le serate con gli amici, è in Corso 22 Marzo. Il mio presente, invece, è un camp dove non vedo l’ora che arrivi la sera, faccia lei”.

E Mamma e papà?

“Sono contento io di essermi levato di torno, anche se per loro sarà difficile visto che mio fratello non è simpatico come me; e poi gioca a basket (ride, ndr)”.

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News Reporter
Calabrese di nascita e milanese d'adozione, giornalista dal lontano 2001. Specializzato in ambito sportivo e appassionato del mondo dei videogiochi. Adora Kakà, innamorato da sempre di Van Basten, tanti anni divisi tra aule universitarie e campi di calcio l'hanno portato, alla fine, ad intraprendere il lavoro più bello del mondo. Quello del giornalista.

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