Riccardo Pittis, oggi mental coach: “Team di lavoro e squadra di basket, le dinamiche sono simili”
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Per venti anni assoluto protagonista dei playground italiani ai massimi livelli. Cresciuto cestisticamente, e non solo, nell’Olimpia Milano, per quasi un decennio (1984-1993) ne è stato una bandiera. A Treviso (1993-2004), con la giovane ma ambiziosa squadra locale, è stato un leader. Vincente comunque e sempre, della Nazionale è stato un punto fermo per tredici anni. Lungo l’elenco dei trofei vinti in campo nazionale ed internazionale, da citare il record di tutti i tempi di palle recuperate (ben 1811!). Una carriera straordinaria che oggi Riccardo Pittis, l’ex “Acciughino” della pallacanestro italiana, racconta nelle sessioni di coaching ad aziende, manager ed imprenditori. Perché le dinamiche che intervengono all’interno di un team di lavoro e di una squadra di basket alla fine sono abbastanza simili. Alla base, le interazioni tra le persone e quei processi mentali che consentono di trasformare ogni situazione in opportunità. E magari scoprire di poter fare qualcosa che si pensava impossibile da realizzare. Di seguito, l’intervista all’ex campione di Olimpia Milano e Benetton Treviso.

Riccardo Pittis, nuovi scenari dopo una intera carriera sul parquet

Anche se oggi svolgo un lavoro al di fuori dell’ambiente sportivo – racconta l’ex campione di Olimpia Milano e Benetton Trevisoil mio passato cestistico rimane il filo conduttore della mia vita. Non potrebbe essere altrimenti, al basket mi sono dedicato totalmente per trent’anni” Dei quali, venti anni passati sul campo da protagonista. Con la fine della carriera, si aprono per Riccardo Pittis nuovi scenari. “Quando ho smesso di giocare, dopo avere avuto una carriera importante, mi sono venuti improvvisamente a mancare stimoli, gratificazioni, motivazioni, emozioni. Tutto ciò che rappresenta la parte più corposa della vita di uno sportivo. Allo stesso tempo non avevo le giuste competenze per affrontare un mondo diverso da quello nel quale avevo vissuto fino a quel momento”

Basket, un legame che non si spezza

Una condizione nuova, alla quale trovare una risposta. “Da un giorno all’altro, ho dovuto affrontare qualcosa al quale non ero preparato. Privo degli strumenti necessari che avrei potuto acquisire solo attraverso un percorso di studi, mi sono diviso tra esperienze professionali non particolarmente gratificanti e la collaborazione con Sky come telecronista. Per non spezzare il legame con quel mondo che avevo vissuto per tanti anni, senza però esserne direttamente coinvolto”

Otto anni fa il primo corso di coaching

Ho fatto il mio primo percorso di coaching otto anni faprosegue Riccardo Pittis – In realtà non volevo diventare coach ma trovare risposte alle mie domande. Ne ho ricevute tante, e con esse ho capito quale strada percorrere dopo la pallacanestro. Dovevo solo capitalizzare quelle risposte. E decriptare le dinamiche che mi avevano portato ad avere la carriera che avevo avuto. Così da poterle restituire agli altri attraverso gli strumenti del coaching. Ho quindi deciso di farlo in un mondo che non è il mio, con realtà differenti da quella nella quale avevo maturato tante esperienze” Una nuova via da seguire, con una interpretazione personale del ruolo. “Meno il coach sa del settore nel quale si trova ad operare, meno ha modo di riportare tutto se stesso in quello che fa. Non deve lavorare sulle competenze tecniche di manager ed imprenditori quanto sulle competenze di team

Processi mentali e soft skills, le basi

In un percorso che si dipana in più fasi, con differenti modalità di erogazione, processi mentali e soft skills sono al centro del coaching di Riccardo Pittis. Il passato sportivo diventa lo spunto dal quale attingere per portare esempi di quanto gli uni e le altre sono indispensabili per superare i momenti traumatici di una carriera. “Nell’Olimpia Milano ho fatto tutta la trafila delle squadre giovanili, dopo esservi arrivato dopo un solo anno di minibasket. Fino a diventare capitano della prima squadra. Un legame che definire ancestrale forse non basta. Quando mi hanno comunicato che il mio cartellino era stato ceduto alla Benetton Treviso è stato un duro colpo. La fine di un sogno, non avrei più giocato nella squadra nella quale ero cresciuto e della quale ero anche tifoso” La società milanese ha infatti bisogno di ripianare le proprie casse, la Benetton Treviso è tra le poche società in grado di sostenere l’ingaggio dell’ala milanese. Per il giocatore è un vero e proprio trauma, ma anche l’inizio di un nuovo percorso.

Incognite che diventano opportunità, l’esempio di Treviso

Era una squadra giovane, da poco affacciatasi al panorama cestistico di alto livello. Ma già vincente ed estremamente ambiziosa. Per me era comunque una incognita assoluta – ricorda Riccardo Pittis non avevo mai preso in considerazione una carriera al di fuori dell’Olimpia. E dato che in quel periodo i trasferimenti erano molto rari, all’inizio vissi molto male il mio passaggio nella squadra trevigiana” Ma alle perplessità di Riccardo Pittis fa da contrappunto la solidità del progetto del presidente della società trevigiana. “Gilberto Benetton, uno degli ultimi mecenati della pallacanestro italiana, ha preso esempio da Virtus Bologna e Olimpia Milano, che della pallacanestro italiana hanno fatto la storia. Benetton Treviso è diventata così, per un certo intervallo di tempo, ciò che Olimpia Milano era stata per tanti anni. Un punto di riferimento per tantissime realtà. E per me, superate le prime perplessità, un’occasione di ulteriore crescita. A Treviso ho imparato cosa vuol dire essere un leader

Il cambio di mano, switch a livello mentale

Uno dei momenti difficili affrontati da Riccardo Pittis nel corso della sua carriera declinati oggi dall’ex campione nel quotidiano lavorativo delle persone che lo ascoltano. Come il cambio di mano che ha rischiato di comprometterne il percorso sportivo. “Problemi al tendine della mano destra mi hanno quasi indotto a chiudere anzitempo la carriera. Dopo aver provato tutte le soluzioni, dalla chirurgia all’agopuntura passando attraverso i messaggi shiatsu, la possibilità di smettere di giocare era una delle ipotesi che avevo preso in considerazione” Ecco allora emergere la mentalità dello sportivo. “Sono abituato a non mollare fino a quando non si sia stato fatto tutto il possibile. Ho quindi deciso di provare a fare quanto fino a quel momento avevo ritenuto impossibile, diventare mancino. Qualcosa che non solo non avevo mai fatto ma neanche avevo mai pensato di fare. Senza dire niente a nessuno, ho cominciato a tirare di sinistro durante gli allenamenti. Prima da vicino, poi da sempre più lontano. Ho preso confidenza con un arto a me sconosciuto, poco alla volta ho cominciato a fare uno switch a livello mentale

Disponibilità al cambiamento, primo passo verso il coaching

Un episodio che per Riccardo Pittis risulterà determinante nel suo prosieguo post-agonistico. “Da quel momento è cominciato un percorso inconscio di disponibilità al cambiamento. Ho iniziato a pensare da mancino, ho cominciato a impostare il mio corpo partendo dalle basi come, ad esempio, l’impostazione dei piedi. Quasi fossi un giocatore di minibasket. Ispirato da giocatori mancini come Toni Kucoc ed Henry Williams., da abitudinario che ero nel mio modo di giocare, mi sono reso conto di potere essere molto di più di quello che pensavo” Cresce così la consapevolezza nelle proprie risorse, la fiducia in se stesso aumenta. “Essere riuscito ad imparare a giocare con la mano sinistra mi ha spinto a cercare di capire come funziona la nostra mente, come influisce nel nostro quotidiano e nel raggiungimento dei nostri risultati. Non è stato questo l’episodio che mi ha portato a fare il mental coach, ma sicuramente è l’episodio che mi ha permesso di andare più in profondità

Gli insegnamenti del passato

Una mentalità vincente, in ogni situazione, che Riccardo Pittis ha costruito negli anni di permanenza a Milano. “A Milano devo tutto, dalla mentalità vincente all’etica del lavoro fino alla capacità di essere giocatore di squadra. Valori che mi hanno ispirato lungo tutta la carriera e che ho appreso da giocatori come Dino Meneghin, Mike D’Antoni, Roberto Premier, Bob McAdoo. Giocatori leggendari che hanno scritto pagine importantissime di storia cestistica e che mi hanno letteralmente insegnato tutto quello che mi sarebbe poi servito negli anni successivi a Treviso

Team di lavoro e squadra di basket, dinamiche che si assomigliano

Gli stessi valori che Ricardo Pittis trasmette oggi nelle sessioni di team coaching, la seconda fase del suo percorso di coaching. “Sessioni sempre diverse per numero di partecipanti con situazioni che variano di volta in volta nelle quali parlo di gioco di squadra, gestione dei conflitti e raggiungimento degli obiettivi. Tra un team di lavoro e una squadra di basket le differenze sono minime, le dinamiche che intervengono all’interno di uno spogliatoio sono similari a quelle che intervengono in un ufficio. Alla base, sempre e comunque, è l’interazione tra le persone

Mental coach e basket, obiettivo la pallacanestro pensata

Ma è nell’ultima fase del percorso che si raccolgono i risultati del lavoro svolto. “Nel coaching one to one lavoro esclusivamente sulla persona, sulle sue caratteristiche. E’ un percorso più specifico, incentrato su bisogni e desideri” Per farlo, Riccardo Pittis sveste i panni dello sportivo. “Mi spoglio completamente del mio passato, la mia esperienza non deve invadere l’esperienza del coachee. E’ in questa fase che lavoro esclusivamente come mental coach. Mi è capitato di lavorare con alcuni giocatori di basket, con loro mi sono occupato della pallacanestro pensata e non del gesto tecnico

Apprendimento continuo, per giocare al meglio la nuova sfida

Ma per quanto Riccardo Pittis mantenga oggi un certo distacco da quel mondo che ha vissuto per trent’anni, il suo spirito da sportivo non è mai domo. “Punto sempre a migliorarmi, senza fermarmi – sono le parole conclusive di Riccardo Pittis – Da poco ho concluso un corso riconosciuto dall’International Coaching Federation per l’accreditamento internazionale, a marzo seguirò un master. E mentre consolido le collaborazioni con alcune aziende, sto già pensando di realizzare corsi di life coaching. Non voglio smettere di imparare, voglio giocare una nuova sfida” Questa volta fuori dal campo, con un ruolo diverso.

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