Frank Chamizo: “A Tokyo passerò alla storia, l’argento non lo voglio!”
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Vincere. Non pensa ad altro, Frank Chamizo. E ha ragione, visto che ha dimostrato a più riprese di essere l’uomo da battere. Lui, da canto suo, non si nasconde e sa che le aspettative sono alte, altissime. L’abbiamo incontrato a Milano, lui che è brand ambassador del Pulsee Italia Team.

Chamizo, è pronto per le Olimpiadi di Tokyo?

Ci stiamo lavorando, assolutamente. Voglio raggiungere quello che sarà un traguardo che passerà alla storia”.

Cioè?

“Questo momento che sto vivendo è fondamentale; come ben sapete ho già un po’ di medaglie alle spalle, ne manca solo una. Ho imparato ad apprezzare tutte le medaglie, però nella mia carriera manca solo l’oro olimpico. A Rio 2016 ho vinto il bronzo, adesso arrivo alla mia seconda olimpiade da primo nel ranking, proprio come nel 2016. La responsabilità è enorme”.

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Sente la pressione?

“La mia vita è basata su quello che succederà alle Olimpiadi. Non è tanto l’allenamento, la tecnica; è la pressione e la responsabilità, sarà un momento che mi porterò a vita, sarà una roba indimenticabile. Spero di dare tutto quello che ho, dovrò raccontarlo ai miei figli”.

Lei si sente l’uomo da battere?

“Tutti mi conoscono come un talento, ma dire ‘non ho vinto l’oro olimpico’ è frustrante, la situazione diventa pesante psicologicamente. L’Olimpiade è anche una responsabilità, ci sto lavorando tantissimo. Sono già preparato”. 

E l’anno di stop l’ha avvantaggiata?

“No, al contrario è stato un disastro; a febbraio 2020 a Ostia ho vinto l’Europeo, ero al top della forma. Poi da un momento all’altro ci hanno fermato. E da lì ho perso forma fisica e tenuta mentale; abbiamo ripreso a novembre, ma capite che è come ripartire da zero”.

Frank Chamizo

Si fa aiutare?

“Certo. In federazione abbiamo tante risorse, c’è anche uno psicologo che mi supporta. E sto pensando di affidarmi ad un mental coach”.

Si accontenterebbe di una medaglia d’argento? 

“Una finale persa? Ma non diciamolo nemmeno per scherzo. Andrebbe bene qualsiasi medaglia, ma una finale persa no. L’obiettivo è continuare ad essere il numero uno e battere i migliori. Non il numero due”.

E il covid e il lockdown come li ha vissuti? 

“A New York, in casa; è stata una brutta situazione, è come essere rinchiusi. Il pensiero che non avrei fatto l’olimpiade è però quello che mi ha sconvolto di più”.

Lei abita a Ostia, cosa si ricorda di Cuba?

“Mi ricordo tanto, ci vado spesso ho ancora dei parenti”.

Si ricorda com’è stato il primo incontro con la lotta?

“Certo. Avevo sette anni e, con altri ragazzi, ci divertivamo come potevamo. Anche lanciando uova alle porte e scappando via. Un giorno, però, lo facemmo alla porta di una palestra e rimasi lì così, ad ammirare quei ragazzi che facevano salti mortali. E subito pensai ‘Cavolo, questa roba fa per me’ e sono entrato. Mi hanno visto e mi hanno fatto iniziare. Sono tornato a casa, ho preso le sberle da mamma, ho aspettato qualche giorno e poi le ho chiesto se potevo andare in palestra e fare la lotta. Arrivo un no secco, era troppo lontano da casa”.

E poi cosa successe?

“Ovviamente rubai i miei documenti e andai in palestra. È stato lì che ho conosciuto la storia di mio padre, che stava negli Stati Uniti in quel momento. Hanno visto una risorsa in me, sono tornato a casa con gli allenatori, che hanno parlato con mia mamma. E l’hanno convinta a farmi proseguire”.

Quindi lei non sapeva che suo papà era stato un campione di lotta? 

“No. E il paradosso è che quando ero piccolo avevo uno stile che ricordava il suo, senza che ci fossimo mai visti e incrociati. Certo poi con il tempo è cambiato ed è diventato più mio, ma era insito nel mio dna essere un lottatore”. 

Cuba le ha messo poi i bastoni tra le ruote quando ha deciso di trasferirsi in Italia…

“Mi hanno fatto sentire un traditore, mi hanno distrutto. Avevo 18/19 anni e mi hanno buttato fuori, togliendomi lo stipendio; mi hanno distrutto la carriera o comunque ci hanno provato. Io sono venuto in Italia per la mia ragazza, per stare con lei e basta. Poi quando sono sbarcato ho iniziato in palestra e sono esploso nel 2015”.

Prova rabbia per Cuba? 

“No, indifferenza. Il mio obiettivo è arrivare ad essere il numero uno, bastano testa, fisico, tecnica e tenacia. Non importa l’origine e la bandiera”. 

Lei abita a Ostia, va mai a vedere altri sport? 

“Seguo la Roma, non sono un appassionato di calcio ma giusto simpatizzante. Assolutamente meglio la lotta però”.

Con l’inno italiano come va? Se dovrà cantarlo…

“Me la cavo… tanto non c’è bisogno di saperlo tutto, è sufficiente anche fare finta (ride, ndr)

News Reporter
Calabrese di nascita e milanese d'adozione, giornalista dal lontano 2001. Specializzato in ambito sportivo e appassionato del mondo dei videogiochi. Adora Kakà, innamorato da sempre di Van Basten, tanti anni divisi tra aule universitarie e campi di calcio l'hanno portato, alla fine, ad intraprendere il lavoro più bello del mondo. Quello del giornalista.

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