Vittorio Gallinari : “Vi racconto la mia avventura nel basket”
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Della difficile arte della difesa ha fatto la sua costante nell’intera carriera. Lui, che per caso si è avvicinato alla pallacanestro. Sospintovi dal fratello che conosceva un importante giocatore dell’Olimpia Milano. Entra nella società milanese tardi, a 16 anni .Brucia le tappe, Vittorio Gallinari detto “Gallo. In soli due anni già si allena con la prima squadra. Con l’Olimpia Milano disputerà 11 stagioni, negli anni 80 è protagonista di successi in campo nazionale ed internazionale. Il suo nome rimane legato alle vittorie della società sponsorizzata Billy. Un percorso culminato nella vittoria della Coppa Campioni nel 1987 che sancisce anche la fine della sua avventura milanese. Rimane lontano dai grandi palcoscenici solo un anno, per tornare protagonista con la Virtus Bologna. E anche qui lascia il segno. Contribuisce, tra le altre, alla prima vittoria internazionale della società emiliana. Dopo tre anni che rendono ancora più ricco il suo già ricco palmares, gioca le ultime stagioni in società minori prima del ritiro nel 1997. Nell’intervista che segue, Vittorio Gallinari racconta la sua avventura nel mondo della grande pallacanestro.

Vittorio Gallinari, due soli anni per arrivare in prima squadra

Mio fratello conosceva Massimo Masini, entrambi frequentavano l’Ippodromo di Milano – racconta Vittorio Gallinari – E così mi ha procurato un provino, all’epoca avevo sedici anni. Tardi per cominciare a giocare a pallacanestro, ma la mia altezza, già molto superiore alla media, attirò l’attenzione della società. Anche per una mia naturale propensione a difendere e prendere rimbalzi. Nel giro di soli due anni mi sono trovato da non sapere neanche cosa fosse la pallacanestro ad allenarmi con la prima squadra. Ho bruciato le tappe, certo, ma alla lunga mi ha penalizzato. Non aver avuto il tempo necessario per lavorare sui fondamentali mi ha relegato per tutta la carriera al ruolo di specialista difensivo che mi avevano ritagliato”

L’incontro con Dan Peterson

Vittorio Gallinari ancora non lo sapeva, ma la sua sarebbe stata una carriera sempre ad altissimo livello. Dopo due anni da panchinaro nella Cinzano di “Pippo” Faina, arriva l’esordio in Serie A nella stagione 1978/79. Su di lui punta il nuovo coach Dan Peterson, fresco dell’esperienza con la Virtus Bologna. “L’arrivo di Dan è stato uno schock per tutti- sottolinea l’ex pivot – Prima del suo arrivo ci davano per una squadra che doveva lottare per non retrocedere. In effetti l’età media era molto bassa, con la sola eccezione di Vittorio Ferracini e Mike D’Antoni che erano giocatori già maturi” Vittorio Gallinari da via libera ai ricordi. “La prima di campionato contro l’Emerson Varese ho uno scontro sotto canestro con Dino Meneghin, ne lui ne io vogliamo mollare. Cadiamo entrambi a terra, in piena trance agonistica non gli porgo la mano. Dalla panchina sento le urla di Dan Peterson che mi incita e mi incoraggia a continuare così. Quell’episodio è stato fondamentale, ha segnato il mio rapporto con lui. Mi ha fatto capire cosa volesse da me per darmi spazio e possibilità. E da quel momento sono entrato stabilmente a fare parte del quintetto base

In campo, grinta e determinazione

Contro ogni pronostico, l’Olimpia conquista l’accesso alla finale. “In campo avevamo due campioni come Mike Sylvester e Jerome Kupec, in panchina Dan Peterson si è dimostrato un incredibile coach motivazionale. Lottiamo fino all’ultimo secondo, perdendo di un solo punto contro una inarrivabile Synudine Bologna” Dan Peterson ha portato una squadra di giovani ad un passo dal trionfo. “Due cose erano fondamentali, grinta e determinazione erano in cima alla lista delle cose che pretendeva da noi. Negli allenamenti la tensione era sempre altissima, però in nove anni che ho giocato con lui non lo ho mai sentito criticare pubblicamente i giocatori. Si è sempre assunto tutte le colpe, fermo poi massacrarci ad uno ad uno negli spogliatoi il giorno dopo la partita. Alla fine siamo diventati una squadra che non mollava mai, un gruppo coeso in campo e fuori

Playoff, una rivoluzione

Un fattore che si sarebbe dimostrato determinante, la FIP infatti ha appena introdotto i playoff. “Un passaggio importantissimo, ha cambiato radicalmente il modo di interpretare l’intera stagione cestistica rimarca Vittorio Gallinari – Ciò che di buono avevi fatto nella regular season poteva essere ribaltato nei playoff, potevano capitare cose strane e i particolari facevano la differenza. Ti rimettevi in gioco, in una sorta di altro campionato” La mente di Vittorio Gallinari corre alla stagione 1984/85, l’Olimpia Milano si gioca la finale contro Bologna. “Perdiamo in casa la prima partita ma vinciamo la seconda, fuori casa, a Bologna. Nota stonata della partita, l’espulsione di Dino Meneghin dopo uno screzio con gli arbitri. E così dobbiamo giocarci il tutto per tutto nella terza partita senza di lui, squalificato per tre giornate. Una cosa fuori dal normale, con due giornate di squalifica la società avrebbe potuto fare ricorso. La sentenza sarebbe stata sospesa e Dino avrebbe potuto giocare. Ma nonostante la sua assenza, abbiamo lottato fino alla fine e perso solo di strettissima misura

Gianmario Gabetti, un presidente dal diverso imprinting

Se i playoff sono stati un cambiamento epocale per la pallacanestro, non meno epocale è stato per Vittorio Gallinari l’arrivo, nella stagione 1980/81, di Gianmario Gabetti alla presidenza della società milanese. “Dopo tanti anni di presidenza di Adolfo Bogoncelli, l’arrivo di Gianmario Gabetti portò un diverso imprinting. Più imprenditore, lavorò sull’aspetto gestionale della società” Senza che ciò intaccasse l’aspetto più umano della vita di squadra. “Siamo rimasti un gruppo, senza perdere la nostra umiltà. Uniti in campo, fuori dal campo ci trovavamo con mogli e fidanzate a casa di qualcuno di noi anche per una semplice pizzata. La cosa bella era che tra noi non esistevano invidie e gelosie” Del gruppo, quell’anno, faceva parte anche John Gianelli, proveniente dagli Utah Jazz. “Lo chiamavano Pisolo, sul campo sembrava distaccato e lento invece era un giocatore eccezionale. Un giocatore concreto, quando a fine partita guardavi le statistiche ne contavi punti e rimbalzi. Si è inserito subito nel gruppo, a facilitarlo anche il fatto che ai tempi le società potevano ingaggiare solo due americani. Per loro era molto più semplice entrare in sintonia con il gruppo degli italiani

Roberto Premier e Dino Meneghin, i trascinatori che mancavano

Gruppo di italiani che nella stagione successiva si arricchisce dell’arrivo di Roberto Premier e Dino Meneghin. “Eravamo già una squadra di combattenti, ma l’arrivo di Roberto Premier e Dino Meneghin ci ha dato qualcosa in più. Roberto ha portato quelle qualità offensive e quella imprevedibilità che ci mancavano, Dino è stato un leader. Ci ha trascinato fino alla finale” Una finale dal sapore particolarmente dolce. “Una bella soddisfazione battere la Scavolini Pesaro che nel girone di ritorno della regular season ci aveva inflitto una pesantissima sconfitta con un passivo di ben 45 punti!” Una finale comunque unica, con quella vittoria l’Olimpia Milano conquista il suo 20° scudetto.

Dan Peterson e Mike D’Antoni, due maestri

Vittorie a parte, per Vittorio Gallinari è il gruppo il ricordo più bello. “Potermi allenare tutti i giorni con Dino Meneghin era cosa assolutamente straordinaria. Ho avuto la fortuna di giocare con campioni come Mike Sylvester, Mike D’Antoni, Jerome Kupec, Roberto Premier, John Gianelli. La consapevolezza di poter fare parte di quel gruppo e di una squadra di tale livello mi ha fatto crescere. E mi ha permesso di essere accettato da tutti, nonostante i miei limiti tecnici” Tra i grandi campioni con il quale ha condiviso tante battaglie, Bob McAdoo. “Cercavo sempre di rubargli qualcosa che a lui riusciva e a me no. Giocatori come Bob trasmettevano la determinazione e la leadership, ti facevano capire quale fosse il ruolo di ognuno nella squadra

La passione per lo studio, il contributo di Dan Peterson

A contribuire alla crescita, anche umana, di Vittorio Galllinari due nomi su tutti: Dan Peterson e Mike D’Antoni. “Quando coach Peterson è arrivato a Milano – dichiara emozionato Vittorio Gallinari – io ero studente di economia all’Università Bocconi di Milano. Ho sempre avuto la passione dello studio, laurearmi era un obiettivo che volevo assolutamente raggiungere. Ma coniugare studio ed attività sportiva ad alto livello non era semplice, tant’è che dopo il primo anno avevo dato un solo esame. Ad agosto quindi non risposi alla convocazione per la preparazione, ero pronto ad abbandonare la pallacanestro” Dissuaso dalle insistenti telefonate di Mike D’Antoni e Dan Peterson. “L’opportunità che Dan Peterson mi ha dato di saltare qualche allenamento alla mattina per andare all’università e frequentare le lezioni è stato determinante per raggiungere l’obiettivo della laurea. E mi ha permesso di vivere una vita sportiva stupenda

Legami che non si spezzano

Un legame, quello tra Vittorio Gallinari e Dan Peterson, mai spezzatosi. Anche dopo che le loro strade si erano divise, dopo la comune esperienza nell’Olimpia Milano. Si ritrovarono a Bologna, versante Virtus, voluto fortemente, dopo un anno di purgatorio cestistico in A2 con la maglia del Pavia, da Dan Peterson che della società felsinea era il direttore tecnico. “Quando Franco Boselli ed io andammo via da Milano, la società ci impose il veto di giocare in A1. Così scelsi Pavia, per la vicinanza a casa. La squadra era fondamentalmente al completo, io ero la ciliegina sulla torta. Ma avevo difficoltà ad adattarmi ad un gioco diverso, e inevitabilmente inferiore, a quello al quale ero abituato. E Dan Peterson, che ogni tanto sentivo, lo sapeva” Per Vittorio Gallinari si tratta di una seconda giovinezza. “Arrivai a Bologna per dare lustro ad una società che voleva tornare a vincere” E vittoria fu, immediatamente. “Vincemmo la Coppa Italia subito al mio primo anno. E l’anno successivo, stagione 1989/90, vinsi la Coppa delle Coppe. Il primo trofeo internazionale per la Virtus Bologna, per me l’unico che non avevo ancora vinto

La finale di Coppa Campioni

Una macchia, se così si può dire, da cancellare. Dopo che Vittorio Gallinari aveva vinto la Coppa dei Campioni nella stagione 1986/7, ultimo anno con l’Olimpia Milano. La finale contro il Maccabi, un momento entusiasmante condito anche da un simpatico aneddoto. “Ci stavamo allenando in palestra, ad un certo punto arrivò una persona in maglietta e blues jeans che con un abbraccio salutò Bob McAdoo e si mise a giocare con noi. Nessuno di noi sapeva chi fosse, a parte Bob McAdoo. E Dan Peterson, che gli si avvicinò per esprimergli il desiderio di averlo, un giorno, nella sua squadra del dopo Milano” Quel giocatore era Michael Ray Richardon, detto “Sugar” Un talento mostruoso mai completamente esploso nell’Nba per i problemi di tossicodipendenza. “A Bologna, ormai disintossicato, avrebbe fatto cose eccezionali

Il rapporto con gli stranieri

Il rapporto con gli stranieri per Vittorio Gallinari è sempre stato qualcosa di speciale, da sempre affascinato dalle lingue. “Ricordo il primo anno a Milano, Lars Jansen abitava vicino alla sede della società. Rammento i suoi racconti sul Canada e sulla sua passione per la pesca ai salmoni, insieme andavamo a vedere i Diavoli Rossoneri Milano al Palaghiaccio di Via Piranesi” Di Wally Walker ricorda un simpatico aneddoto. “Durante le trasferte, in pullman, facevamo la schedina del totocalcio. Franco Boselli ed io raccoglievamo le quote. E il giorno che anche Walker partecipò, facemmo 13! Senz’altro per lui il ricordo più bello dei suoi due mesi di permanenza in Italia, prima di essere tagliato una settimana dopo per essere sostituito da quel giocatore mostruoso che è stato Joe Barry Carroll. Con lui quell’anno abbiamo vinto i playoff senza perdere neanche una partita” Con gli statunitensi, il rapporto è stato un percorso di crescita a volte reciproca. “Quando Mike D’Antoni è arrivato in Italia, il primo anno abbiamo condiviso l’appartamento. La prima volta che ho assaggiato il burro di arachidi – dice sorridendo Vittorio Gallinari – è perché Mike lo aveva portato dagli Stati Uniti. Mangiava burro di arachidi anche a colazione

La finale di Grenoble

Finali ne abbiamo vinte e ne abbiamo perse – ricorda Vittorio Gallinari – ma siamo sempre stati lì” Una su tutti, riaccende le emozioni di Vittorio Gallinari. 24 marzo 1983, a Grenoble si gioca la finale di Coppa Campioni Billy Milano – Ford Cantù. “Eravamo sotto di 14 punti a due minuti dalla fine, quando ne mancavano solo sei Franco Boselli ha in mano la palla del definitivo sorpasso. Tira, sbaglia ma riesco a prendere il rimbalzo. Subisco anche il fallo, a un secondo dalla fine. Fallo regolarmente segnalato dall’arbitro, sono già pronto ad effettuare i tiri liberi. Ma il pubblico, che nel frattempo era sceso dalle tribune, fa invasione di campo. E l’arbitro sanziona la fine della partita. Una sconfitta patita in questo modo brucia ancora tantissimo, avrei voluto avere almeno la possibilità di effettuare quei tiri liberi

Insegnamenti anche dalle sconfitte

Il collegamento alla finale scudetto di quella stagione è immediato. “Quando giocammo a Roma la terza e decisiva partita nella finale scudetto contro il Banco Roma, la vigilia fu caratterizzata dalle accuse di coach Valerio Bianchini nei miei confronti. In un articolo apparso il giorno stesso della partita, mi definì l’anti-basket per la mia marcatura un po’ rude, nella partita precedente, del playmaker Chris Wright. Ma quella uscita sortì effetto, purtroppo a loro favore” Sconfitte difficili da digerire. “Anche se ancora oggi non le ho completamente metabolizzate, hanno insegnato tantissimo” E diventare la spinta giusta per ottenere grandi vittorie. Stagione 1984/85, finale di Coppa Italia Scavolini Pesaro – Olimpia Milano. “Perdemmo la Coppa Italia, ma quella sconfitta ci servì come stimolo per vincere in campionato ancora contro la Scavolini Pesaro , nella finale che giocammo un mese dopo

A Verona, chioccia di un gruppo

Dopo tante battaglie ad alto livello, conclusa l’esperienza bolognese, un girovagare nelle serie minori non prive comunque di qualche soddisfazione per il centro di Graffignana. “Con la Glaxo Verona siamo arrivati fino alle semifinali di Coppa delle Coppe. Dove ho ritrovato Russ Schoene che aveva giocato con me a Milano nell’anno nel quale abbiamo vinto la Coppa Korac. Anche se ero in campo solo due-tre minuti, il mio ruolo di chioccia di un gruppo di giovani mi gratificava Senza negare un po’ di nostalgia per il grande palcoscenico”

La tesi e la Coppa Campioni, le emozioni più forti

Inevitabile, arriva il momento dei bilanci. “La pallacanestro mi ha dato quella determinazione che ho poi assunto nello studio (Vittorio Gallinari è laureato in Economia e Commercio alla Bocconi di Milano), lo studio mi ha dato quelle gratificazioni che non sempre la carriera agonistica ti riserva. La mia vittoria più bella – conclude con soddisfazione Vittorio Gallinari – forse è stata proprio la discussione della tesi, ad un certo punto ho pensato che non sarei mai arrivato a quel momento. E’ stata emozionante come vincere una finale di Coppa dei Campioni

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