Pietro Peccenini: Ci vuole scienza e costanza per invecchiare senza maturità
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Milanosportiva talk show ha intervistato il pilota Pietro Peccenini.

Pietro Peccenini è stato a Parigi a ricevere un premio per aver vinto un trofeo all’interno di una serie di corse automobilistiche. In poche parole lei è un pilota di spessore?

“Ti ringrazio sono stati anni bellissimi in monoposto e l’episodio Parigi è certamente un ricordo che resterà indelebile”.

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Una serata di galà, un premio: sono cose che capitano poche volte nella vita…

“Poche volte vero, a me è capitato tre volte. Sono stati anni floridi nel formula Renault, in due campionati bellissimi con tanti appassionati e tanti piloti che vanno, ti ricordo il mitico Alex Peroni mio ex compagno di squadra e che ora gareggia in Formula 3 combinando delle cose magnifiche”.

Ha scritto: ‘Forse una passione non inizia o c’è o non c’è. In me c’è sempre stata…”. Il ragionamento riguarda il fatto che lei, 40enne, si mette a correre con ragazzi che potrebbero essere suoi figli?

“E’ la storia di una passione che c’è sempre stata. Ma sono sempre mancati i mezzi. Anche quelli più elementari come le conoscenze. Ma come si fa il pilota. A 16 anni crescendo in una famiglia lontana da quel mondo non sai che pesci prendere. Ci sono arrivato tardi. Meglio tardi che mai…”

Si racconta che Pietro Peccenini alle 4 del mattino di un giorno qualsiasi svegliò il papà chiedendo di comprargli un’auto…

“E’ verissimo. Posso narrare un aneddoto: nei viaggi in macchina io stavo seduto dietro mio papà che guidava (erano tempi in cui le normative erano permissione, mi raccomando non fatelo aggiunge Peccenini) e io stavo in piedi con la testa infilata tra il poggiatesta e il finestrino con l’occhio fisso sul tachimetro e dicevo papà vai su dai schiaccia, questo anche a 180-200 all’ora”.

Faccio un nome: Lucchinelli

“Lì mi sono grattugiato bene. Da giovane mi muovevo in bicicletta e percorrevo via Melchiorre Gioia, dove c’è una via stretta (via Belgirate) e una curva veloce, che puoi fare velocemente in bici. Ho caricato a manetta la pedalata e facendo la curva sono finito sotto una macchina grattugiandomi tutta la parte destra. Uno spettacolo pietoso. Da da sotto la macchina mi tirò fuori una signora che aveva assistito alla scena e mi diede anche uno schiaffo, ma come se fosse mia madre. Diciamo che la società di allora era piuttosto sbrigativa… Ragazzi, la bici non è la moto GP”.

Veniamo al presente. E’ iniziata l’avventura all’interno della serie Le Mans. E’ un percorso molto impegnativo…

“Confermo, è molto impegnativo. Devo dire che tutto è successo in 4 giorni. Fortunatamente ci hanno dato una giornata di test. Il primo impatto è notevole, ti accorgi subito di essere in un paddock di altissimo livello e questo, insomma, ti impaurisce. Incontri gente come Kubica, Fittipaldi, gente veramente di livello e ti senti un po’ un novellino. L’organizzazione è fantastica. Hai gli stessi diritti dei Re, per cui ci hanno dato la possibilità di esprimerci e abbiamo scoperto di avere il potenziale di far bene. Vogliamo e crediamo di poter portare risultati”.

A breve c’è la tappa di Monza. Cosa vuol dire per Pietro Peccenini Monza

Monza vuol dire troppe cose. La prima volta che sono uscito dal box col Formula junior 1200 quel giro di pista l’ho fatto da turista, non mi interessava altro. E’ qualcosa di magico. Monza è da brividi, era il 2009. Tra l’altro proprio a Monza è la prima vittoria della mia carriera”.

Cosa rappresenta Milano per lei?

“Qui c’è tutta la mia vita. Io sono figlio di due genitori non di Milano, quindi sono sempre stato sui generis. Non sembra ma Milano è una città molto accogliente. Qui ho messo le mie radice in maniera felice. Qui ci sono angoli speciali per me”.

Quando da giovane mostrava interesse per i motori, come la prendevano mamma e papà?

“Il rapporto con loro è sempre stato fondato sul rispetto reciproco. La cosa bella della nostra storia famigliare è che ci hanno sempre trattato con rispetto con autonomia decisionale. Il discorso sullo sport non è mai stato un argomento, perché non faceva parte del loro mondo. Era mia la responsabilità di trovare il percorso da fare per… Finché non ho conosciuto Stefano Turchetto. Però devo dire che sono con me al 100 percento. Mio padre è il nostro tifoso numero uno, quasi vorrebbe stare in macchina con il team. La mamma qualche volta è venuta, ma non lo fa volentieri da quando ci ha visto sul rettilineo a Imola a 250 km l’ora, l’ho vista un po’ bianca alla fine”.

Pietro Peccenini debutta il 27 settembre 2009 sul circuito di Varano de Melegari. Cosa ha provato?

“Una paura pazzesca. Mai avuta così tanta paura nella mia vita. Adesso in confronto… Eravamo forse in 15. Fortunatamente partivo ultimo. E’ stata la prima gara. Come ho chiuso? Mi sono girato a 4 giri dalla fine e mi sono ritirato. E’ stato bellissimo il duello con Capella durato qualche giro, io cercavo di passarlo senza riuscirci. E’ stata bellissima la partenza, la peggiore partenza della storia del motorsport. Si partiva in seconda, la prima non la mettevi c’era il cambio ad H. Parto bene, ma invece che la terza ho messo la prima…”.

L’esordio di Pietro Peccenini è datato 2009. Sergio, il suo primogenito, è nato nel 2010…

“Un po’ sono quelle congiunzioni astrali. Nel 2008 ho concluso un’esperienza professionale piuttosto lunga. E’ cominciato un capitolo nuovo della mia vita. E’ successo tutto nel 2009, la mia compagna Alessandra è rimasta incinta di Sergio, ho conosciuto Stefano Turchetto e abbiamo iniziato a fare le prove, ho iniziato un nuovo lavoro e sono tornato a Milano. Ci sono degli anni nella storia delle nostre vite che sono come delle boe e lì è iniziato un capitolo che sta durando ancora oggi. Ora sono tre i figli. Certo che iniziare a correre in macchina quando ti sta per nascere il primo figlio non è da tutti. Ma gente normale nel motorsport non ce ne sono. Concludo citando Guccini: ‘Ci vuole scienza e costanza per invecchiare senza maturità’”.

Sulla macchina ha un adesivo ‘rubato’ a Turchetto con scritto: ‘pensa se non ci avessi provato’

“Arriva dall’autobiografia di Valentino, un mito del nostro mondo. E’ un modo per rendere omaggio a Stefano. Lui mi ha cambiato la vita, gli devo tantissimo. Quindi, un adesivo è un po’ il simbolo di un tributo, che sia per uno sponsor o che sia per un maestro, di tributo si tratta”.

Pietro Peccenini, classe ’73, laureato in filosofia e con un master in motorsport management, si è costruito per una carriera lavorativa, poi sfociata anche nella passione per il motorsport…

E’ così. Io ho studiato tantissimo. Ho fatto anche un nba. Ho molti libri su cui ho versato lacrime di sangue Quando conta studiare oggi? Conterà sempre tantissimo. Non sarà mai superfluo. Credo che la cultura sia la base unica su cui può svilupparsi una società civile. Senza cultura siamo persone perse.

Se Pietro Peccenini chiude gli occhi e sogna, cosa sogna?

“Sogno certamente la 24 ore di Le Mans. F1? Lo farei domani mattina. Un giro in F1 è più fattibile. ‘Basta’ trovare i soldi per affittare l’auto per un giorno, anche una Minardi d’annata. Insomma è più realizzabile. Partecipare alla serie Le Mans quest’anno è un viatico verso la 24 ore? E’ uno dei due o tre step che devi fare. Poi arrivare lì è anche una questione di soldi detto in modo volgare, non solo ma è la condizione necessaria. C’è tutta un’economia intorno a questa follia magica. Mandiamo messaggio agli sponsor? Sì…”.

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